Guglielmo Monaco, ricercatore presso il Dipartimento di Chimica dell'Università di Salerno, ci ha fatto pervenire in mattinata un documento in cui sono spiegate le ragioni delle manifestazioni contro la riforma universitaria, una protesta ormai in atto da quasi un mese, che Salernoinprima sta seguendo quotidiniamente nel suo evolversi. Riportiamo di seguito il testo completo redatto dal dr Monaco.
"In questo periodo sentiamo spesso di proteste contro il governo, scioperi, manifestazioni. È lo scenario tipico ad ogni finanziaria che richieda forti tagli a molte classi di lavoratori: non è pensabile che tutto il Paese abbia percezione della necessità di una manovra finanziaria, né è pensabile che una classe di lavoratori possa accettare che i tagli vanno fatti proprio ad essa.
Da questo punto di vista non è sorprendente che anche il mondo universitario si sia mobilitato contro i tagli. In tutta Italia si sono moltiplicate manifestazioni di protesta come sit-in, cortei, assemblee, lauree in piazza, sospensioni di esami, esami notturni, scioperi della fame. Alcune manifestazioni di protesta hanno visto assieme non solo tutto il personale universitario (tecnici, amministrativi, professori di prima e seconda fascia, ricercatori), ma anche gli studenti.
Questo può sembrare ben strano se si pensa che alcune proteste - la sospensione degli esami, ad esempio - creano in primis un sicuro disagio proprio agli studenti. Qualcuno dice che bisogna considerare che non tutti gli studenti approvano le proteste: alcuni hanno addirittura pensato di minacciare il ricorso alle vie legali per le sospensioni. Qualcuno dice che gli stessi docenti non sono tutti d'accordo né con i fini, né con le modalità della protesta e che l'appoggio degli studenti è sospetto, in quanto essi possono essere più facilmente influenzabili.
Certo i numeri degli atenei e dei ricercatori in protesta non suggeriscono che siamo di fronte ad una dittatura di pochi lavativi. Questo è senz'altro vero se si considera che più del 60% dei circa 25000 ricercatori ha dichiarato che, in assenza di misure correttive da parte del governo, nel prossimo anno accademico non svolgerà più corsi universitari in qualità di docente, a titolo volontario e gratuito, come è molto spesso accaduto in questi anni; questo comporterebbe un disagio notevole a molti Atenei: la stessa attivazione di alcuni corsi di laurea è messa in pericolo da questa protesta.
Si potrebbe ancora obiettare che, quando si tocca la tasca, anche una classe non sindacalizzata e molto eterogenea per orari e tipo di lavoro, come sono i ricercatori universitari, riesce a trovare un'unità per protestare. Un'osservazione, questa, che vorrebbe dire che il disagio dei ricercatori è un disagio economico tra i tanti e solo per la reiterazione tutta italiana di pratiche eccezionali (l'utilizzo massiccio dei ricercatori in qualità di docenti) la protesta riesce ad essere più preoccupante.
Per chi vive l'università e per i cittadini consci che il tenore culturale del Paese è da sempre fortemente debitore all'università, dire che i tagli sono la ragione delle proteste non è soddisfacente. Si vorrebbe capire se a dare fastidio c'è qualcosa di più delle decurtazioni aggiuntive a stipendi non in linea con la media europea. Noi pensiamo proprio di sì. L'agitazione dei ricercatori universitari parte prima della manovra finanziaria ed è una risposta al DDL Gelmini: sono i tagli all'università nel suo insieme a preoccupare i ricercatori. Il DDL intende ridisegnare l'università, un'operazione ritenuta necessaria dalla maggioranza delle persone coinvolte in didattica e ricerca. Purtroppo alla necessità di ristrutturazione si sono associati tagli drastici che, con la scusante di migliorare l'efficienza, vanificano gli aspetti positivi della riforma.
Non c'è qui lo spazio per poter discutere la riforma; intendiamo però sottolinearne almeno due punti: con la riduzione draconiana del turn over, i molti docenti che andranno in pensione non verranno rimpiazzati, il 50% dei fondi destinati al loro pagamento verrà preso dal governo per non essere più ridistribuito all'università (la riforma non è a costo zero, come si dice tal volta, ma batte cassa). Inoltre, l'introduzione di ricercatori a tempo determinato, che nel giro di 6 anni dovrebbero diventare professori associati, in assenza di investimenti sarà quasi sempre una presa in giro per i giovani, oltre a creare forti tensioni con i ricercatori a tempo indeterminato, personale che aspetterebbe lecitamente la possibilità di poter progredire in carriera e che invece si vedrà scavalcato dai (pochi) ricercatori più giovani assunti con nuove regole.
Queste due disposizioni si sommano a tante altre per dare un decreto che, al di là delle dichiarazioni di intento, considera l'università un ente mal funzionante da punire, piuttosto che una storica istituzione con pregi e criticità da incoraggiare verso un miglior funzionamento. I giovani che hanno investito tutte le proprie energie per la ricerca non si sentono per nulla gratificati, né intravedono una ragionevole prospettiva di progresso, mentre chi dovrà essere assunto potrà pensare al più a università come grandi licei, dove grandi significa forse che l'accessibilità sarà ridotta, ma non che si possa effettuare una ricerca di qualità".
Dr Guglielmo Monaco (Dipartimento di Chimica - Università di Salerno)
Parola ai ricercatori: "Riforma punisce l'università"





