Giovedi, 24 Maggio 2012

Ultimo aggiornamento23.05.2012 23:40

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"Cotto Rufoli": terra, aria, acqua e fuoco

La natura a Rufoli è manifesta non solo nella bellezza del paesaggio, ma acquista un volto: il cotto. Più che un prodotto artistico, il cotto è per la famiglia De Martino un modo di vivere, di unire le forze e di trasmettere antichi saperi dai capostipiti (Luigi, Tommaso, Antonio e Carlo) alle nuove generazioni (Davide, Daniele).

Lungo la strada che da Fratte porta ad Ogliara è possibile individuare i ruderi di numerose fornaci, fino a giungere all’azienda che ha arredato le case di personaggi famosi come Fiona Winter Swarovski a Vienna, Dolce e Gabbana a Portofino. Gustosi gli aneddoti: i due stilisti milanesi si infervorarono in un litigio perché volevano a tutti i costi le mattonelle entro una scadenza improponibile, mentre Gigliola Cinguetti spinse i proprietari a ritirare tutte le mattonelle appena spedite perché troppo nuove, e a sostituirle con altre più vecchie.

La terra: dove nasce il cotto

Antonio De Martino abbraccia con lo sguardo la valle dove si estrae il suolo argilloso. Poco lontana l’autostrada Salerno-Reggio Calabria, a segnare il confine di convivenza forzata tra modernità e consuetudine. Il titolare ci guida in un viaggio affascinante nel tempo uguale a ieri, pur svolgendosi nel presente: “Il cotto è il frutto di una lavorazione complessa che inizia dalla terra fino al prodotto ultimo di cui siamo orgogliosi perché non è comune”.

Si scopre che il giacimento è stato dichiarato dalla Regione Campania zona a vocazione selettiva per l’argilla, ossia “una zona estrattiva che può essere adibita ad esercizio di cava, seguendo dei criteri compatibili con l’ambiente”. Il tempo è fondamentale non solo per la trasformazione: “L’argilla non si lavora subito, ma dopo essere stata scavata rimane due anni all’aperto e poi si può iniziare a lavorare”. La tradizione del cotto nasce in famiglia: negli anni Cinquanta si poteva operare perfino con 20 fornaci.

L’acqua: il ciclo di lavoro

L’argilla viene portata nei capannoni attrezzati con impianti che costituiscono un ciclo di manipolazione anche attraverso l’acqua. Spicca tra le attrezzature un setaccio per l’impasto che dispone di 1.000 fori per cm². Al termine l’argilla diventa un disco duttile come la plastica, che subirà altre metamorfosi prima di acquisire la consistenza abituale, essere tagliata e diventare piastrella o riggiola: “Un tempo - ricorda De Martino - l’impasto si faceva con i piedi per togliere l’aria. Noi bambini credevamo fosse un gioco, ma lavoravamo”.

Nelle officine agiscono le maestranze, accanto ai proprietari, come una famiglia. I maestri del cotto sono 9 e vantano almeno decennali esperienze: “Questo lavoro è una grande fatica. Occorrono due mesi per avere una mattonella”, afferma sorridendo un maestro, spiegando così che l’arte non è solo passione, ma duro impegno. Il senso del bello è senso della vita.

Giovanni Bruno, detto Giovannino, è il maestro dello smalto, e riesce a percepire la densità del fluido con le mani. Tutti sono specialisti che servono una clientela selezionata. Ciascuna riggiola viene tagliata con lo stesso attrezzo del mestiere usato già nel 1700: la mannara. Ne parlano persino Diderot e D’Alembert nell’Encyclopédie ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers (L'Enciclopedia o Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri) pubblicata nel XVIII secolo da un gruppo di intellettuali sotto la direzione di Diderot e D’Alembert.

“Ogni artigiano - spiega De Martino - si confeziona da sé lo strumento, per avere una manualità personalizzata”, tanto che una penna a sfera diventa indispensabile per tracciare i canaletti per il gocciolatoio dell’acqua. Tempi: per un appartamento occorre un mese di lavoro. Le mattonelle sono formate e rifilate a mano, poi essiccate al sole. Infine cotte nelle fornaci alimentate a legna.

Il fuoco: le fornaci

È Davide De Martino a spiegare un rito millenario. “Durante la cottura stiamo tutti intorno al fuoco e mangiamo insieme. La produzione è a ciclo continuo e la temperatura deve essere mantenuta costante perché se si alza o si abbassa si rompono le mattonelle. Eventuali scricchiolii segnano di tristezza i volti”.

Le fornaci sono di tufo nero e terracotta e gli archi del forno, costruiti con millenaria sapienza, hanno 500 anni. Occorrono 5 giorni per caricare 500 m² di mattonelle disposte a strati messi a croce da cuocere con 800 fascine. La cottura continua per due giorni, fino a toccare i 980°, mentre il raffreddamento ne richiede altri 5. Tutto il ciclo assorbe 21 giorni, compresi 4 di scaricamento e 5 di caricamento. La sacralità della materia è segnalata non solo dalla presenza di numerose cappelle nei pressi degli antichi opifici - come la chiesa di S. Michele - ma anche dall’edicola votiva di S. Antonio Abate che protegge il fuoco.

Tommaso De Martino è in grado di stabilire la cottura dal colore delle fiamme che lambiscono i 9 comignoli, dal grigio dell’argilla al rosso per il cotto. Ogni fiamma conferirà a ciascuna piastrella un colore unico, così come esclusiva è la produzione di cotto in diverse tinte: verde, marrone, nero e bianco.

La trasmissione dei saperi: scuola ed arte

Nonostante l’urbanizzazione della campagna, la continuazione dell’apprendimento è fondamentale. “Per formare un artigiano ci vogliono almeno tre anni” spiega De Martino, specificando che “proprietari ed imprenditori devono lavorare assieme, perché è necessario il confronto”. Stage e tirocini sono possibili, ma “la Regione Campania non li finanzia, perché sono ciechi e non è possibile prendersela con chi non vede”. A Rufoli si sono avvicinati al cotto ragazzi inviati dalle strutture dei servizi sociali e del tribunale dei minori, però “ci devono chiedere di cosa abbiamo bisogno e sei mesi proposti dai patti territoriali non servono a nulla: un ragazzo dell’istituto d’arte dopo un semestre ci chiese come facevamo a mettere 800 fascine nel forno”.

Molti artisti vengono a Rufoli e “si innamorano del posto, di una ditta che è umana, alla ricerca del contatto con la terra e la materia”. David Chipperfield ha utilizzato il cotto di Rufoli per il terzo piano dell'Hotel Puerta de America a Madrid, entrato nella leggenda dell'architettura contemporanea, con lo slogan: “Quando l’uomo abbraccia la terra, ritrova se stesso”.

Ugo Marano, Antonio Petti, Sofia de Masi, Sergio Vecchio, Pietro Lista: sono solo alcuni degli artisti che “vengono qui, si parla, si discute: c’è un incontro e inizia un progetto”. Pietro Lista, ad esempio, ha realizzato con il cotto nero un’opera di 2 m. di lunghezza intitolata “Il Corpo” per il convento S. Michele in via Bastioni a Salerno. L’artista coreano E-Unmo è in contatto per la realizzazione di un tavolo. Massimo Giordano, detto Massimino, è il maestro del pennello ed è intento a dipingere su di un rosone un tema sacro con una Madonna.

La crisi: rimanere insieme

“Durante il 2009 abbiamo mantenuto duro: abbiamo messo a part-time le maestranze, senza licenziare nessuno - spiega Davide De Martino - perché ogni operaio è una parte della famiglia. La crisi è durata un anno in cui abbiamo mangiato pane e argilla, perché non c’erano committenti. Ora si sta movendo qualcosa, e dopo aver sanato il passato, iniziamo a respirare”.

Tuttavia la crisi “è stata motivo di ristrutturazione, abbiamo pensato a nuove soluzioni e ci siamo associati a “La Compagnia delle Opere” (CdO), un’associazione imprenditoriale presente, in Italia e non, con 41 sedi, che associa 34.000 imprese. Per stringere legami, Daniele De Martino si è recato nelle scorse settimane in Qatar (Medio Oriente) per un confronto imprenditoriale, aprendosi anche verso la Russia”. Purtroppo assente è l’appoggio delle associazioni di categoria che “non hanno mai dato nessun riconoscimento, a differenza dell’università di Fisciano”.

Come reagisce l’azienda De Martino? Grazie ad un “rapporto secolare con la gente. Qui c’è la via del fuoco. Gli operai sono tutti del posto. Siamo tutti qui. È casa nostra”.

Michela Maffei


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