Ai tempi del Donato Vestuti il portiere aveva il numero 1, lo stopper giocava con il 5, il centravanti con il 9, il terzino destro con il 2, il terzino sinistro con il 3.
Ad ogni numero corrispondeva il ruolo preciso. Oggi i numeri sulle magliette, nei pochi centimetri quadrati lasciati liberi dalle varie sponsorizzazioni, vanno dallo zero al 99. Si sceglie l’anno di nascita, l’età della fidanzata, l’età dei figli, un numero portafortuna, i miliardi che si guadagnano, gli anni che mancano alla pensione di vecchiaia.
All’epoca il 10 era il numero del fuoriclasse, del cervello della squadra, del giocatore più prestigioso, quello dell’ultimo tocco. Ricordiamo Rivera nel Milan, Mazzola nell’Inter, De Sisti nella Fiorentina, Juliano nel Napoli.
Anche noi a Salerno abbiamo avuto i nostri 10. Pietro Esposito portò dal Brindisi Sandrino Abbondanza. Dopo qualche anno nel Napoli fu costretto a cambiare casacca, oscurato per ruolo, ma soprattutto per bravura, da quel vero e proprio monumento che era Totonno Juliano. Tutto sinistro, era superiore agli altri, indubbiamente un giocatore di categoria superiore.
Confermato l’anno successivo contribuì all’ottimo risultato ottenuto da Lucio Mujesan, che realizzò ben 12 reti nonostante la diffidenza generale e soprattutto nonostante l’età.
Con Facchin la maglia passò ad Antonio D’Angelo, uno dei giocatori più forti mai visti a Salerno. Non entrò nei cuori dei tifosi, in particolare dei tribunari. Lo chiamavano “il barese”, per le sue origini non solo calcistiche. Grande visione di gioco, grande tiro. Quell’anno Tivelli realizzò una valanga i reti: qualcuno i palloni glieli avrà pure passati, o no? Ceduto al Taranto e successivamente al Rende perì tragicamente in un incidente stradale.
Con l’infornata cavese arriva Botteghi. Ottimo giocatore, capelli lunghi e biondi, sembrava più un figlio dei fiori che un calciatore. Con i suoi assist Messina e Moscon fecero faville. Nel 1980 la Salernitana di affidò a Di Venere, genio e sregolatezza. Tecnicamente validissimo a volte spariva dal campo. L’anno successivo Mattè lo valorizzò in maniera molto semplice: lo escluse da ogni schema. In allenamento, quando prendeva palla, gli gridava “Muzio scatènati”, come a dire puoi fare quello che vuoi.
Con l’arrivo di Fracas ci fu la prima rivoluzione dei numeri in quanto il semibarbuto attaccante giocava con il 10. Forse perché Chiancone amava giocare con il 9. Tinti non ha lasciato un buon ricordo a Salerno. Evidentemente sapeva già che il mestiere più adatto a lui era un altro. Oggi è il procuratore di Filippo Inzaghi.
Lombardi lo ricordiamo per il suo tiro, fortissimo che concretizzò in rete in numerose occasioni. Sciannimanico arrivò a Salerno per portarci in B con Bagnato, Tobia e Cozzella. Grande delusione, lentissimo, oggi scopre talenti. Salvatore Campilongo era fortissimo. Aveva solo un piccolo difetto: un pessimo carattere. In effetti fu ceduto più per motivi di spogliatoio che per demeriti tecnici.
Di Bartolomei è stato il più grande di tutti. Capitano della Roma, vinse uno scudetto con Falcao, Pruzzo, Conti per fare solo qualche nome. Giunto a Salerno tra la diffidenza generale (Salerno era definita il cimitero degli elefanti) fu escluso dall’allenatore Pasinato che gli preferiva Dalla Costa. Dalla Costa è stato il numero 10 più scarso della storia granata. Acquistato per tirate le punizioni dal limite alla Zico colpiva sempre la barriera. Per fortuna Pasinato fu allontanato. Nel 1989/90 Di Bartolomei fu l‘artefice principale della promozione in B con 9 reti.
Ciro Troise






