A Tokyo non puoi stare fermo che vieni ad intralciare la folla che va. Sui water c’è un pulsante che fa partire un rumore di finto sciacquone, pronto a camuffare tutte le imbarazzanti attività da toilette.
A Tokyo non c’è più spazio né per i morti nè per i vivi. I grattacieli abitativi si riconoscono per lo più dai balconi. Affacci sospesi su cento metri fatti di nulla. A Tokyo il rumore è assordante, appena metti il piede fuori di casa. Neppure gli alberi vengono fatti crescere secondo la loro natura. La bellezza e l’armonia hanno un prezzo ed è molto alto.
Il senso di pace e spiritualità che emanano i giardini è qualcosa che ha avuto bisogno di sudore, tempo e pazienza. E come fanno con gli alberi, così fanno con le persone. Alla stazione o alle fermate del bus ci sono due linee disegnate a terra, un corridoio stretto stretto, che ci si chiede perché sia così stretto in un marciapiede o banchina tanto grandi. Dentro questo tunnelino immaginario ci si deve ficcare stretti stretti, uno ad uno e fare la fila per entrare.
Sono a Kyoto ora e lascio l’albergo su un taxi dalle porte automatiche. Come se un invisibile maggiordomo mi stesse aprendo lo sportello galantemente. L’autista (perché tassista non renderebbe l’idea) è rigido nel suo sediolino mentre fuori piove a secchiate. Ha dei guanti bianchi proprio come quelli di Topolino. Non pensavo neppure esistessero, sono una buffa invenzione di Walt Disney, pensavo.
Fuori piove tanto che riesco a riconoscere chicco per chicco, gocciolone per gocciolone, li riconosco tutti. La gente va in bicicletta, vedo dai vetri le dinamo fendere l’acqua. Ci dirigiamo sicuri verso una stradina. Il traffico si è diradato e passiamo sotto un portale di legno dalle lanterne rosse.
Mi accorgo che tutta la strada è punteggiata da lanterne rosse, scopro che sono i locali in cui si è allietati dalle geisha. Sembrano animati ma per strada non c’è nessuno. Qualche ombrello bianco o trasparente si apre scendendo da qualche da altro taxi e subito scompare nelle lanterne rosse. I fari creano dei solchi nell’acqua che scende senza sosta, uniche luci insieme alle lanterne e a qualche lampione fiorato.
D’un tratto si scorge sotto la pioggia un ombrellino rosso, di legno e carta di riso. Sotto vedo un collo, bianco con una striscia di pelle rimasta intatta. È una giovane maiko. Il suo passo è lento, senza fretta. Non ha paura di bagnarsi. Sa che il suo trucco non si scioglierà. Mi immagino il rumore degli zoccoletti alti di legno sul ciottolato della strada battuto dalla pioggia. Sola, sotto il suo ombrellino rosso di legno e carta di riso.
Tokyo e Kyoto non sono a caso l’anagramma di una stessa parola. Sono appunto due anime del Giappone diverse, ma fatte con le stesse lettere. Tokyo rappresenta tutto il peggio che questa nostra ricca società occidentale potrebbe diventare. Schematizzata e assordante. Inquadrata e caotica. Precisa eppure senza logica.
Il fascino di Kyoto invece è palpabile. La pioggia rende l’aria triste, le luci gialle riscaldano l’illusione di un dolce passato. Il tempo scorre lento, va più lento del ritmo della pioggia. Va più lento del Giappone. Il tempo segue il ritmo dei passi dei suoi abitanti, segue i passi di una giovane maiko triste sotto la pioggia.







Commenti