Giovedi, 24 Maggio 2012

Ultimo aggiornamento23.05.2012 23:40

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Cosmopolitismo e integrazione: come la Francia vive il fenomeno immigrazione

Nell’era della globalizzazione e della crescente mobilità internazionale, mentre la composizione demografica delle nostre società cambia, i nostri vicini hanno sempre più spesso un aspetto diverso dal nostro. Ho letto questa frase qualche mese fa su un giornale francese, non ricordo bene neanche quale. Ma ricordo che mi ha colpito, perché capace di fotografare in modo esemplare una realtà che vivo quotidianamente. I francesi sono stati tra i primi in Europa a doversi confrontare con la questione dell'immigrazione. L’insediamento delle popolazioni magrebine, africane e orientali è notevolmente cresciuto dall’inizio degli anni sessanta, soprattutto dal 1962 in seguito alla decolonizzazione dell’Algeria.

È, dunque, un fenomeno tutt'altro che nuovo: in molti sono già alla seconda generazione. Ed è questo un fattore tutt'altro che secondario, che quasi da solo basta a spiegare quanto il fenomeno sia visto e vissuto in modo profondamente diverso da quanto avviene in Italia. Questa sorta di “abitudine” decennale ha aiutato, e non poco, ad affrontare il problema immigrazione attraverso un modello definito universalista, laico, repubblicano, con pretese di natura assimilativa. La Francia si è trovata di fronte alla necessità di modificare la propria impostazione nei confronti dell'immigrazione. E in parte lo ha già fatto, e con un certo successo, mirando all'immigrazione qualificata, raccogliendo la sfida del riconoscimento e della tutela di alcune differenze culturali, etniche e religiose.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti, di chiunque si trovi a passeggiare per le strade di Parigi e, ancor di più, di chi questa realtà la vive ormai da alcuni anni. Potrei dire che qui c'è maggior integrazione, ma forse così rischio di semplificare e banalizzare il problema: “integrazione” è un termine ed un concetto ben più complesso, anche Oltralpe. Ma due dati sono inconfutabili. 1) Si è radicata una maggiore propensione alle commistioni di popoli e razze [non solo cittadini delle ex colonie, ma anche italiani, portoghesi, ecc]. 2) Agli immigrati sono concesse più chances.

Lo si vede ovunque, ad ogni livello, dallo sport allo spettacolo, dall'informazione alla politica. Tre esempi su tutti. Bertrand Delanoe, sindaco di Parigi, è nato a Tunisi, da nonni toscani per giunta. Harry Roselmack, uno dei conduttori del Tg di Tf1, il corrispettivo francese del nostro Tg1, è di colore. Rachida Dati, attuale Ministro della Giustizia, nonché sindaco del VII arrondissement di Parigi e portavoce di Nicolas Sarkozy alle elezioni del 2007, è di origini magrebine (padre marocchino, madre algerina).

Certo, non è tutto così semplice e lineare. Più cosmopolitismo e meno razzismo non significano necessariamente integrazione in ogni ambito sociale. La Francia ha adottato ormai da decenni un modello politico di integrazione, un concetto che implica inserimento e partecipazione dei nuovi membri nella società, senza che essi perdano la propria cultura d’origine. Ma una politica d’integrazione significa anche l’adesione, da parte dei nuovi arrivati, ad un insieme di valori comuni, l’accettazione individuale e collettiva di un quadro globale di riferimento. Ed é proprio da qui che nasce una delle difficoltà della politica d’integrazione francese. La maggior parte degli immigrati proviene, infatti, da paesi in cui il sistema di valori sociali, culturali, giuridici e religiosi é ben lontano dal sistema di valori tradizionalmente dominante in Francia.

Ancora oggi, dunque, si pone con urgenza il problema dell'integrazione socio-economica: le rivolte nelle banlieues dell'autunno 2005 lo hanno testimoniato in modo fin troppo crudo. E non è nemmeno necessario addentrarsi nell'estrema periferia parigina per rendersene conto. Ci sono zone della città (Barbès, Gare du Nord) in cui la criminalità è nelle mani degli immigrati ed in cui la parola d'ordine sembra essere ancora “ghettizzazione”. Spesso gli immigrati in Francia sono organizzati in comunità autonome che conservano culture, abitudini sociali e religiose. Più volte, però, il fenomeno è di natura economica: semplicemente molti di loro non possono permettersi di vivere in altre zone della città.

Ed è qui che entra in gioco il ruolo primario delle amministrazioni comunali, l'attuale così come le precedenti. Un esempio emblematico è la rivalutazione della Villette, zona settentrionale di Parigi confinante con il malfamato quartiere di Saint-Denis. Una prima trasformazione fu operata circa 10 anni fa, con la creazione di un parco, di un museo della scienza e della Gèode, il cinema 3d che ora ne è un po' il simbolo. Nel 2012 sarà pronta la nuova Filarmonica, sala per concerti e spettacoli tra le più grandi d'Europa.

La riqualificazione delle zone “a rischio” rientra in un più ampio progetto teso a consentire a tutti di avvicinarsi alla cultura. Basti pensare al fatto che i bambini sans papier, ovvero illegali, hanno diritto di istruzione. E quando Sarkozy ne ha proposto l'espulsione si è scatenato un movimento di protesta, soprattutto nelle scuole, spesso capeggiato dai francesi stessi. Come dire, il processo d'integrazione può e deve partire nelle scuole e tra i giovani...

Ilaria Alfani

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