Giovedi, 24 Maggio 2012

Ultimo aggiornamento23.05.2012 23:40

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New York City, l'altra faccia dell'occidente

L'aria newyorkese mi colpisce in faccia come un destro ben assestato: è densa di smog ed impregnata del fumo che emanano gli spiedini e gli hot dog cotti agli angoli delle strade.

Il tutto condito dalla voce di Frank Sinatra che a Broadway risuona all'angolo di ogni teatro. E dovunque tu vada, dalla centralissima Time Square, fino al Queens, passando per Harlem o Soho, quest'odore "di cucinato" ti accompagna. Le catene di fast-food più famose si alternano a punti di ristoro come Pret-a-Manger, catena di light-food, ovvero cibo sano, accompagnato sempre da verdura e servito con pane integrale e succhi di frutta senza zucchero, e Starbucks, una delle catene di caffetterie più diffuse in America.

Il mio soggiorno a New York City, durato circa dieci giorni, nasce nell'ambito del progetto "NMUN", ovvero il 2010 "National Model United Nation" New York Conference: una simulazione aperta a studenti universitari provenienti da ogni parte del mondo, con lo scopo di far vivere loro l'emozione di poter rappresentare la delegazione di un paese che non sia quello di appartenenza dei delegati, creando alleanze, scatenando dibattiti, e confrontandosi quotidianamente con culture totalmente distanti dalla nostra, in cui gli interessi da gestire sono quelli del paese che si ha il compito di rappresentare e non quello originario di appartenenza, chiacchierando della propria storia e della propria cultura tra una tazza di caffè e l'altra.

E' facile intuire quanto questo sia arricchente ed allo stesso tempo disarmante se si affronta questo compito impreparati, perchè i delegati hanno l'onere e l'onore di dover rispecchiare una precisa linea politica e sociale che non appartiene quasi mai alla loro nazionalità di origine, e che per essere assimilata necessita di mesi di lavoro. Mesi di lavoro che la delegazione della mia Università, La Sapienza di Roma, ha svolto in modo eccellente, presentando ottime "resolutions" (gli elaborati che ogni delegazione deve creare insieme ad altri paesi con cui stringe alleanze, e di cui può essere sponsor o firmataria) e vincendo un Award, una menzione d'onore, insieme ad altri atenei come la Luiss Guido Carli, l'Università Roma Tre o le Università di Siena e Firenze.

Tutto questo però non sarebbe mai stato possibile senza l'impegno diurno (e spesso e volentieri notturno) e costante dell'Associazione Consules, dal nostro Presidente Graziano Gallitto agli Head Delegates (i cosiddetti "delegati anziani") ed ai ragazzi dello staff, che non si sono mai risparmiati, che si trattasse di dover stampare un documento la mattina presto o di dare un consiglio personale a notte inoltrata. Mi è impossibile per ragioni di spazio fare tutti i loro nomi: ciò che conta è che questa esperienza, che mi ha personalmente cambiato la vita è stata resa indimenticabile grazie a loro, ed a loro va tutto il mio plauso, la mia stima e la mia eterna riconoscenza.

Tutti gli altri elementi hanno fatto il resto: il cibo che ho assaporato, le persone con cui ho condiviso qui giorni, i suoni della strada, le luci accecanti dei cartelloni pubblicitari, hanno reso quest'esperienza unica nel suo genere, con sensazioni che vivo ancora oggi, a distanza di una settimana sulla pelle e nei miei ricordi. Abbiamo avuto la possibilità di entrare nella sede delle Nazioni Unite, il famoso "Palazzo di Vetro", ed è stato elettrizzante potersi sedere dove i veri delegati svolgono il loro lavoro, che non è affatto semplice, ma richiede tempo, preparazione e soprattutto molta pazienza. L'atmosfera che si è respirata li, il simbolo dorato e luminoso dell'ONU che troneggiava fiero sopra di noi, i nomi di ogni paese membro incise sulle scrivanie sono qualcosa che difficilmente potrò dimenticare.

La possibilità poi di spostarsi molto facilmente nella City grazie a prezzi accessibili e all'efficienza dei trasporti ha completato il successo di questo viaggio: il tempo era condensato al minimo e a volte era necessario, per poter vedere le mille bellezze newyorkesi, prendere un taxi al volo e spostarsi in "formal dress", ovvero senza poter cambiare il completo elegante che va indossato durante tutte le sessioni formali dei lavori. Per fortuna, sul ponte di Brooklyn abbiamo passeggiato scalzi sulle assi di legno che compongono l'aera pedonale, pulitissima e senza sassolini o schegge, godendo appieno della vista della City da una parte, dell'ingresso di Brooklyn dall'altra, e della Statua della Libertà, che osserva guardinga tutto ciò che accade, e che a dispetto della sua importanza storica ed architettonica dimostra dal vivo un'altezza davvero ridotta rispetto a quella che traspare dai film o dalle foto in cui compare.

Raccontare le sensazioni gustative ed olfattive è sempre la parte più difficile di qualsiasi diario di viaggio, ma l'alimentazione è uno dei tasselli fondamentali che consentono di comprendere, da straniero, gli usi ed i costumi del paese che ci sta ospitando, ed in questo caso la gastronomia americana, o almeno quella che ho potuto provare ed assaggiare, quindi la cucina di una città che è una delle maggiori mete turistiche mondiali, e che inevitabilmente è influenzata da conseguenti fattori, è specchio fedele dello stile di vita frenetico della city: mordi e fuggi. La maggior parte delle pietanze sono studiate per poter essere consumate sul luogo oppure per poter essere portate via con se a casa o al lavoro, e gli strati che le compongono non sono quasi mai a prova di colesterolo.

L'uso smodato di condimenti di qualsiasi tipo, presenti non solo nelle farciture delle pietanze, ma anche visivamente sul tavolo di qualsiasi esercizio commerciale di ristorazione induce decisamente in tentazione, e della semplice carne di manzo assume un potere calorico molto più forte. Le bibite gassate abbondano, e la quantità di dolci da assaggiare è infinita, anche se puntando sul classico la tradizione vorrebbe che si assaggiassero le "Donkin Donuts", dolcissime ciambelle ricoperte di glassa e zuccherini, e la "cheescake", una torta dolce molto cremosa, in cui il ristorante "Junior's" è maestro assoluto. Ma l'atmosfera internazionale ed intercontinentale che si respira a New York, dove tutti sembrano, almeno in apparenza, essere cittadini del mondo, permette di avvicinarsi anche a tradizioni culinarie lontanissime da quella americana, come la cucina giapponese o thailandese, ma vicinissime ai numerosi cittadini stranieri, americani si, ma per adozione.

New York però non è soltanto composta dal fascino delle atmosfere da film che si respirano in alcune zone, come Wall Street, dove la scultura di un toro completamente dorato piazzato al centro della strada risulterebbe stridente in qualsiasi altra città del mondo che non sia New York, o di oasi come Central Park, un capolavoro assoluto di natura e paesaggistica, quasi fosse un polmone vivo e attivo, cresciuto tra l'asfalto ed il cemento, senza essere intaccato dai rumori e dalla frenesia delle strade che lo circondando. Questa città soffre sotto pelle un disastro ancora troppo recente, l'attentato al Word Trade Center, che adesso è diventato per tutti "Ground Zero", ovvero piano terra. La coscienza americana, il sogno di gloria e di liberà è stato stroncato in parte quella mattina, dove le certezze e le convinzioni di moltissimi occidentali sono crollate rovinosamente al suolo come le vite di 3000 persone.

Queste vite non meritano giudizi o considerazioni superflue da parte di nessuno, poichè la loro essenza terrena è ormai è scomparsa, e questo si commenta da se. La sensazione indelebile però che lasciano quelle gru sospese a mezz'aria dinanzi allo store 21 Century è di calma assoluta, come se anche i loro ingranaggi stessero aspettando una spiegazione. Per il momento gli americani attendono un monumento in memoria della strage, che non potrà restituire nessuna vita a questo mondo, ma che almeno riuscirà, con la sua statica presenza ad adempiere quotidianamente ad un dovere a cui spesso l'uomo viene meno: il dovere della memoria.

Ci sarebbero moltissime altre cose da raccontare: il "Moma", Museum of Modern Art, che ospita artisti della levatura di Pablo Picasso ed Andy Warhol, l'Empire State Building, dove è possibile scorgere ogni singola finestra dei palazzi circostanti, che di notte col loro riflesso illuminano tutta la città, ma spesso troppe parole creano solo confusione. Colpita allo stomaco dalla malinconia do un'ultima occhiata alle foto che ho scattato, e per consolarmi rimetto nel lettore dvd "New York, New York", dove Liza Minelli "si sveglia ogni mattina in una città che non dorme mai", e dove vorrei "non dormire" anch'io ancora una notte.

Monica Merola

Commenti 

 
#10 Ospite 2010-06-17 21:07
Citazione Gianni:
E poi non è bello offendere in un'altra lingua ("Unfortunately some people's intellectual ability is limited"), perchè magari chi deve recepire la critica non sa tradurre. Ho la netta sensazione che questo commento in inglese sia proprio un voler fare lo "sborone" inutilmente


Che poi magari sarebbe indirizzata a me che vivo a ny dal '99. E secondo lui non parlo inglese?
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#9 Ospite 2010-04-19 01:26
Muzio Scevola, tranquillo, CI METTO LA MANO SUL FUOCO che potevi fare meglio: la verve distruttiva della frustrazione è la miglior critica che si possa ricevere...
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#8 Ospite 2010-04-17 16:51
Trattandosi di una testata di matrice ITALIANA, credo si possa (anzi, si debba) commentare in ITALIANO. L'utente Savio è perfettamente in grado di farlo, perchè per esprimere un commento così pertinente deve gioco forza aver compreso il significato, in ITALIANO, dell'articolo. E poi non è bello offendere in un'altra lingua ("Unfortunately some people's intellectual ability is limited"), perchè magari chi deve recepire la critica non sa tradurre. Ho la netta sensazione che questo commento in inglese sia proprio un voler fare lo "sborone" inutilmente
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#7 Ospite 2010-04-17 16:35
A very perceptive and eloquent piece. keep up the good work Monica and I look forward to reading your next. Unfortunately some people's intellectual ability is limited and fail to infuse themselves into words, sentiment and imagination, albeit that of others.
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#6 Ospite 2010-04-16 12:55
x l'utente Muzio Scevola: dal momento che la rubrica I'm from Salerno è stata concepita esattamente come contributo "libero" di nostri concittadini all'estero, non abbiamo nulla in contrario al fatto che lei ci possa inviare una sua testimonianza (sotto forma di articolo) che arricchisca quanto già pubblicato da noi.
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#5 Ospite 2010-04-16 12:50
A new york ci abito dal 1999. Cara marcella, se ny per voi sono gli hot-dog, starbuck, il ponte e la statua della libertà, posso affermare (senza tema di smentita) che avete solo intravisto la città. Viverla è un'altra cosa. E si, sarei capace di fare di meglio. E non ci vuol molto.
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#4 Ospite 2010-04-16 12:47
x Muzio Scevola: Ti auguro di provare, almeno una volta nella vita, quello che abbiamo provato noi in dieci giorni, e di essere felice come lo siamo stati noi per aver avuto l'onore di vivere "questa banalità" :)
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#3 Ospite 2010-04-15 19:24
Bello, molto suggestivo complimenti!
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#2 Ospite 2010-04-15 12:27
x Muzio: ma tu sei mai stato a ny? Saresti capace di fare di meglio? Non li capisco proprio questi commenti solo per criticare
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#1 Ospite 2010-04-15 11:37
la fiera delle banalità
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