Giovedi, 24 Maggio 2012

Ultimo aggiornamento23.05.2012 23:40

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Bolivia, Pachamama o muerte

Non immaginavo potessero esistere viaggi tanto lunghi. Il mondo ce lo sentiamo così piccolo che sembra di stringerlo in una mano, in una mano di bambino e tenerlo perfettamente sotto controllo.

E non pensavo di dover arrivare fino in Bolivia per capire che non è proprio così. Non pensavo di dover arrivare in Bolivia per scoprire che Pachamama, lo spirito della Terra, non si può stringere in una mano.

Sono sulle Ande, a 4000 metri sul livello del mare, l’acqua bolle a 80° centigradi e il cuore sembra perennemente stanco e affaticato. Sono a Kami, un villaggio di diecimila persone che vive dentro una montagna, il Cerro Kami, perché è da lì che prende sostentamento.

Le miniere ed il tungsteno sono l’unica fonte di vero guadagno. Peccato però che la vita dei minatori venga stroncata dopo neppure quindici anni da malattie come tubercolosi o silicosi. La gente lo sa ma continua, con la speranza di costruire una ricchezza e partirsene prima di morire.

Ci sono poi i campesinos, i contadini, quelli che coltivano fino a 200 varietà di patate, lì dove la biodiversità ancora non è un mito estinto, o quelli che possiedono bestiame da allevamento. Agli uomini spettano i tori, alle donne i porcellini o le pecore, e devi vedere come fuggono selvatiche le pastorelle appena ci vedono arrivare su una delle rare jeep che percorrono queste strade sterrate a strapiombo sulle Ande.

Qui ho conosciuto delle persone splendide che operano da anni per permettere a questo popolo di poter crescere, basandosi sulle proprie capacità e sui propri punti di forza. Ho conosciuto persone che mi hanno fatto fare pace con la Chiesa Cattolica, e persone la cui forza d’animo mi commuove al solo pensiero. E sono tutti lì, in questa comunità della regione di Cochabamba, nella parte rurale della Bolivia.

E poi c’è la coca, quella di cui tanti parlano, quella che tanti attaccano o difendono. È una pianta la cui origine si perde nei millenni delle civiltà incaiche, il cui uso fu prima d’élite presso i sacerdoti, poi sempre più diffuso a causa dei colonizzatori spagnoli, i quali scoprirono che grazie alla masticazione delle sacre foglie, i lavoratori riuscivano a diventare schiavi fino a diciotto ore al giorno.

Ed è più o meno questo l’uso che ne ho visto fare in cerchio, a mineros o campesinos, che masticano coca ininterrottamente per tutta la giornata, non mangiano e lavorano, schiavi senza più un padrone.

Florinda Martucciello

Commenti 

 
#3 Ospite 2010-08-30 17:35
Scusa, Calvin Klein, puoi spiegarmi il senso del tuo commento?
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#2 Ospite 2010-08-30 16:25
Lei è stato in Bolivia, sig. Calvin Klein?
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#1 Ospite 2010-08-30 12:51
Ci voleva un cattolico riappacificato per dire tante sciocchezze. Fare fortuna ed andare via, la coca degli schiavi, mah!
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