Giovedi, 24 Maggio 2012

Ultimo aggiornamento23.05.2012 23:40

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23 maggio 1992, la mafia uccide Giovanni Falcone

falcone e borsellino

Il 23 maggio di 20 anni fa moriva Giovanni Falcone, assassinato da Cosa Nostra in quella che il mondo conosce come la "Strage di Capaci": 500 kg di tritolo piazzati su un tratto dello svincolo autostradale di Capaci, sulla A29 che porta a Palermo.

In questa sanguinosa pagina della storia del nostro paese persero la vita, insieme al Magistrato, anche la moglie Francesca Morvillo, e 3 agenti della sua scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

Illesi miracolosamente altri 4 uomini della scorta, gli agenti Angelo Corbo, Paolo Capuzzo e Gaspare Cervello, oltre che l'autista giudiziario Giuseppe Costanza, che per uno strano caso del destino quel giorno non condusse la Croma sulla quale "il Magistrato" viaggiava.

Sono 24 i colpevoli riconosciuti del delitto Falcone, mentre nel 2008 ulteriori 12 condanne sono state emanate, poichè sono venuti alla luce i collegamenti tra la strage di Capaci e quella di Via D'Amelio, dove perse la vita Paolo Borsellino, collega ed amico di sempre di Falcone. Un sodalizio che condusse al maxi processo alla mafia, ad oggi l'unico vero e proprio "attentato a cosa nostra" da parte della giustizia.

Le conseguenze dei due attentati furono eclatanti non solo nel mondo della magistratura, che ha perso due instancabili servi della Patria, ma anche nel mondo della criminalità organizzata: l'attentato ha segnato un punto di rottura nell'intreccio mafioso del nostro paese, e successivamente alle stragi molti furono i pentiti che acconsentirono a collaborare con la giustizia, e molti furono gli arresti, tra i quali quello di Totò Riina, capo di cosa nostra da metà degli anni '80 fino al suo clamoroso arresto, il 15 gennaio 1993.

E dopo 20 anni il ricordo di Falcone, di Borsellino, e di quanti pagarono con la propria vita la lotta al "sistema organizzato", è ancora vivissimo nel nostro paese, anche grazie alle numerose fondazioni crate dopo la scomparsa dei due magistrati, tra cui quella creata a nome di "Giovanni e Francesca Falcone", creata dalla sorella del magistrato, Maria, che si occupa di combattere la criminalità organizzata e di educazione alla legalità.

Oggi più che mai, in quest'epoca socialmente e politicamente dissestata, la figura di questo eroe è un faro luminoso nel buio della vergogna in cui la mafia ha scaraventato il nostro paese.

Vergogna di affermare di essere campani, siciliani, calabresi, come se il marchio a fuoco degli "affiliati" (come vengono denominati gli appartenenti ai clan) riuscisse a tatuare la pelle anche di coloro i quali, con il proprio impegno quotidiano per se stessi e per la nostra società, cercando di fare la differenza per il nostro paese, così meraviglioso e triste allo stesso tempo.

La mafia si può combattere, la si deve combattere: come affermava accorato il "Magistrato", "Come tutti i fenomeni umani ha avuto un inizio ed avrà anche una fine".

Monica Merola

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