Giovedi, 24 Maggio 2012

Ultimo aggiornamento23.05.2012 23:40

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Alluvione Sarno, dopo 13 anni restano dolore e polemiche

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Sono passati 13 anni, ma l'eco di dolore e polemiche di quei giorni non si è mai sopito: era il 5 maggio del 1998 quando la morte scese, sotto forma di fiume di detriti, acqua e fango, nei comuni di Sarno, Quindici, Bracigliano e San Felice a Cancello.

L'alluvione che colpì i paesi del salernitano viene ritenuta una delle più violente mai registrate dopo quella di Firenze. Un'intera parte del monte Pizzo d'Alvano, ferito in 25 punti diversi, franò sui paesi dell'entroterra, portando milioni di metri cubi d'acqua e fango.

L'ondata di morte e distruzione uccise 160 persone, 137 solo nella cittadina di Sarno. Intere frazioni, come Episcopio, vennero completamente cancellate, rase al suolo. L'immane colata di fango e detriti resta, ancora oggi, una delle scene più impresse nel nostro immaginario collettivo. In alcuni punti, le ondate di detriti raggiunsero l'altezza di 6, 7 metri, sommergendo letteralmente strade, case, scuole, un ospedale (il "Villa Malta"). Si scavò per giorni e giorni per riportare alla luce persone e cose.

Cosa provocò il disastro? Sicuramente, non un solo fattore, ma il concatenarsi di diverse cause. Un territorio geologicamente  fragile, uno sviluppo urbanistico assolutamente incauto e incurante della natura, una condizione meteorologica straordinaria: questi gli ingredienti alla base della tragedia.

I primi giorni di maggio del 1998 rappresentarono sicuramente un fattore di assoluta rarità dal punto di vista meteorologico. Gli esperti la definiscono ancora oggi la "bomba mediterranea": un ciclo di corrente fredda proveniente dalla Scandinavia raggiunge l'Africa Settentrionale passando per lo stretto di Gibilterra, e scontrandosi con le forti correnti calde provenienti da Algeria e Marocco, che avrebbero portato, in seguito, ad avere una delle estati più calde del ventesimo secolo.

Le precipitazioni meteorologiche determinate da questo fattore, solite in questo periodo dell'anno, furono quindi di una portata eccezionale. Sui comuni di Sarno, Quindici e Bracigliano piovve infatti ininterrottamente per 72 ore. Nella sola Sarno, in 48 ore, il livello delle precipitazioni andò oltre 140 mm.

Alla condizione meteo va aggiunta la particolarità del territorio: i paesi colpiti dall'alluvione sono costruiti alla base di una stretta piana attraversata dal fiume Sarno, fra il Vesuvio e le prime asperità dell'appennino irpino. I monti che sovrastano i paesi sono costituiti da un basamento calcareo ricoperto da depositi piroclastici portati in vetta, nel corso dei secoli, dalle eruzioni del Vesuvio.

Una situazione, quindi, di forte instabilità. Le due componenti citate, messe insieme, rappresentano un potenziale di rischio alto, ma il fattore scatenante della tragedia fu il terzo: l'uomo. Le forti precipitazioni, infatti - secondo il parere degli studiosi e degli esperti - non avrebbero causato le frane, se il monte Pizzo d'Alvano non fosse stato privato della sua vegetazione, e se sul terreno non si fosse costruito in maniera selvaggia, senza prevedere strumenti di difesa, come ad esempio vasche e canali per le acque meteoriche, o strumenti di contenimento.

Ancora oggi, quindi, come nel corso di questi lunghi 13 anni, il dolore per il ricordo della tragedia e delle vittime si alterna alle polemiche: dai ritardi nel dare l'allarme (nonostante i primi smottamenti e l'intensificarsi delle precipitazioni, non fu effettuato alcuno sgombero), alla condotta urbanistica sfrenata e senza pianificazione (per anni, ad esempio, il comune di Sarno non ha avuto un piano regolatore).

I cittadini chiedono e aspettano di vedere completate le opere per la messa in sicurezza, perché quelle realizzate finora non sono ritenute soddisfacenti. Duecentonavanta milioni di euro per le opere di messa in sicurezza della zona, altri 45 milioni di contributi per la ricostruzione o la riparazione delle abitazione danneggiate: queste le cifre della ricostruzione stimate a dieci anni dal disastro.

Si vorrebbe che fossero finanziati ulteriori interventi per il terrazzamento della montagna e per un più efficace convogliamento delle acque meteoriche. Da più parti ed a diversi livelli, dal regionale al nazionale, si studiano e si discutono leggi per il dissesto idrogeologico. Chi abita in quei paesi, però, ancora oggi, dopo 13 anni, quando piove si gira là, verso la montagna, e trema nel guardare la sua sagoma deturpata.

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