Sebastiano Materazzo ha 19 anni e sta prestando servizio militare, come molti giovani della sua età. Il 23 novembre 1980 è in libera uscita: quel giorno la sua vita, e quella di altre migliaia di persone, cambierà per sempre.
Materazzo si trova ad Eboli, al banco di una pizzeria aspettando di mangiare: all'improvviso la terrificante scossa. Ecco il suo ricordo di quei secondi terribili: "Riuscii a guadagnare l'uscio che guardava nel vicolo, quando, nel correre, non so come mi trovai a terra, mi rialzai e riuscii a raggiungere una piazzetta, tra una pioggia di tegole, mattoni e calcinacci".
Dopo aver provato invano a contattare i propri genitori dalla caserma di Persano, Sebastiano viene convocato dal Colonnello, e circa alle 4 di notte raggiunge Santomenna, insieme ad altri 24 o 25 commilitoni, per prestare soccorso.
"All'inizio non fummo accettati particolarmente bene - racconta Materazzo - Eravamo molto disorganizzati. Non avevamo guanti o torce, solo il casco di metallo; l'elmetto era il nostro unico riparo e ci siamo trovati impreparati davanti a quello scenario devastante. E' stato molto difficile: quello di cui ci accorgemmo fu che non potevamo fare molto; c'erano lavori straordinari ai quali noi non eravamo proprio preparati, né psicologicamente, né come attrezzature, né come tecnica".
Un lavoro incessante, quello dei soccorritori, che dovettero affrontare l'emergenza senza avere i mezzi necessari. "Non è andato tutto bene, purtroppo, nel senso che avremmo potuto fare di più avendo i mezzi, e questo siamo stati stesso noi a denunciarlo. C'erano dei sopravvissuti che ci invitavano a scavare per cercare i propri familiari sotto le macerie: erano rimasti intrappolati nelle abitazioni con pezzi di muro ancora interi".
Un episodio in particolare segna ancora oggi i ricordi di Sebastiano, quello di un ragazzino rimasto intrappolato sotto le macerie, di cui poi si è persa ogni traccia. "La cosa all'epoca mi scosse parecchio - racconta Sebastiano - ma non finì li, noi siamo stati sul territorio presenti per altri mesi; c'è stata molta confusione ma a me farebbe piacere sapere se questo ragazzo è vivo e come ha vissuto.
Io vorrei sapere di questo ragazzo, sapere anche dei ragazzi che hanno partecipato a quest'impresa. Ho scoperto che c'è un articolo di un giornale dell'epoca che parla anche della nostra vicenda, perché Santomenna rimase isolato due o tre giorni. La prima informazione che ci arrivò subito è che era crollato un ponticello dietro di noi, ma non so quanto possa essere attendibile".
Dopo quattro giorni di ricerche e di aiuti, i militari rientrarono in caserma, per il riposo, prima di essere nuovamente indirizzati. "Dopo quattro giorni sono rientrato in caserma e dopo altri due giorni di riposo siamo partiti di nuovo: io sono andato a Laviano, successivamente ci hanno portati di nuovo a Santomenna e ci siamo un po' alternarti sul territorio. Fu molto triste, in alcuni momenti di sconforto piangemmo".
Ma poi il ricordo torna a quel ragazzino: "Purtroppo non ricordo il suo nome, so solo il perché si trovasse nel vicolo a quell'ora: lui ci spiegò che il papà lo aveva mandato a comprare le sigarette; mentre era nel vicolo gli è crollato tutto addosso. Ricordo anche che quando questo ragazzo lo abbiamo estratto aveva alle gambe un forte irrigidimento per la posizione che aveva tenuto, erano un po' disarticolate: quindi un danno al bacino o alla coscia sicuramente lo avrà avuto, questo potrebbe essere un elemento di riconoscimento".
Dove si trova oggi questo ragazzino, se riuscì a sopravvivere alle ferite? E' mai più tornato a Santomenna? "Spesso molti feriti estratti vivi morivano appena arrivati in ospedale - puntualizza Sebastiano - perché non avevano un farmaco di supporto alla circolazione, quindi potrebbe anche essere morto. Nell'articolo che trovai su Santomenna, il giornalista parla di due casi di ragazzi della famiglia Calabrese, che rimase con 5 elementi, ovvero madre, padre e tre figli, mentre prima erano in 9. Il ragazzo che cerco potrebbe essere uno di quei 4".
Sono trascorsi 30 anni, ma il ricordo del sisma nei sopravvissuti e nella comunità di Santomenna è vivo, oggi come allora, e si manifesta attraverso un blog, http://www.smennaterr80.blogspot.com/, dove Andrea Salandra, cittadino di Santomenna, ha deciso di portare avanti il ricordo del suo paese, del suo territorio, e le testimonianze di chi quel 23 novembre 1980 c'era.
Andrea Salandra non vive più a Santomenna, ma continua a sentire un senso di profondissimo attaccamento alla sua terra d'origine. Il suo blog è non solo un punto di riferimento per tutti coloro che, come lui, hanno informazioni, foto, ritagli di giornale o testimonianze da condividere, ma anche "una bella occasione per sentirsi uniti in questo particolare momento, soprattutto per i giovani.
Io non me la prendo con la natura, anzi. Prima di tutto ci vuole prevenzione, sebbene nel caso del terremoto sia difficile. Bisognerebbe fare prevenzione, ad esempio, nelle scuole, insegnando che la natura va rispettata: con noi è stata particolarmente matrigna, poiché era una piccola zona del paese e sono morti quasi tutti.
La nostra Santomenna era zona sismica - prosegue Andrea - La parte del paese alla base ha avuto un comportamento diverso rispetto alla parte alta, dov'erano le rocce. La conseguenza è che metà del paese è stata distrutta e metà no: questo dimostra l’importanza della prevenzione e l'uomo in questo senso deve essere attento. Io lo dico anche stando al Nord, a Verona, che oggi sta affrontando il problema dell'alluvione. Qui pensavano di essere intoccabili e invece sono stati tristemente colpiti: questo significa che l'uomo sbaglia sia al Nord che al Sud, perché con la natura non si scherza".
A 30 anni di distanza, l’utilizzo di internet e delle nuove tecnologie consente di arrivare a tutti, soprattutto ai giovani. “Adesso anche i giovani hanno risposto e si sono sentiti coinvolti; in un mese e mezzo abbiamo avuto sul blog circa 6mila contatti, provenienti in modo particolare dall'estero, è anche giusto che i ragazzi si rendano conto del dramma che trent'anni fa abbiamo vissuto, sperando non si ripeta".
Riflessioni importanti, figlie di un ricordo che accompagnerà per sempre la popolazione campana e lucana, e che nella sua tragicità ha esaltato, nel caso di Salandra, il suo profondo legame con Santomenna, anche a distanza di trent'anni.
"E' un momento delicato e di ricordo: io sono stato lontano, ma nonostante ciò sono rimasto legato alla mia comunità. Purtroppo ho perso nel tragico terremoto i miei genitori ed i miei parenti. Il mio è anche un impegno sociale: dobbiamo anche riflettere su queste cose. Lancio un appello, infatti, ai cittadini di Santomenna: mandate aiuti agli alluvionati del Veneto, che ci sono stati vicini nei giorni tragici del terremoto che ci colpì".
Monica Merola






