Giovedi, 24 Maggio 2012

Ultimo aggiornamento23.05.2012 23:40

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Laviano, paese cancellato: i ricordi di un sopravvissuto e una volontaria

lavianoLaviano è un paese che oggi conta 1500 anime. A circa 500 metri sul livello del mare, segna il confine estremo tra la provincia di Salerno e quelle di Avellino e Potenza. Immerso nel verde dell'Appennino, è come una terrazza aperta sulla valle del fiume Sele.

E' uno dei simboli del sisma del 23 novembre 1980. Anche in quegli anni gli abitanti erano circa 1500: oltre 300 trovarono la morte sotto le macerie, alcuni restando sepolti vivi per giorni. Il paese fu distrutto, cancellato. Dell'antico paese non resta quasi più nulla: Laviano è stata ricostruita ex-novo e delle vecchie costruzioni non vi è traccia, se non in qualche foto sbiadita o nel cuore dei suoi abitanti.

Antonio Vuocolo, 87 anni, porta dentro di sè un ricordo nitido della Laviano che fu. E anche la memoria di quegli attimi di terrore è ancora viva: lo si evince dal suo racconto, ricco di particolari, snocciolato con concitazione e con una voce che ancora oggi, 30 anni dopo, è spesso spezzata dall'emozione.

"Stavo rientrando in paese dopo una passeggiata per la campagna - ricorda il signor Antonio - Sarei dovuto tornare a casa, ma avevo voglia di una pizza e mi recai in un locale che al piano di sotto aveva una discoteca. Mi intrattenevo col padrone, quando all'improvviso ho sentito tremare la terra sotto i miei piedi: all'inizio pensai fosse il rumore della discoteca, solo dopo mi resi conto che era quell'orribile terremoto. Ci buttammo a terra, sconvolti, mentre su di noi cadeva di tutto. Terminata la scossa, uscimmo come gatti e ci riversammo in strada".

Cambia lo scenario. Siamo nella piazza, la gente si è riversata in strada, è terrorizzata e urla; le case si sgretolano, implodono come colpite da un fulmine. Il signor Antonio, come tutti, ha in testa un solo pensiero: cercare la sua famiglia. Moglie, figlia e nipotina sono vive per miracolo. "Feci in tempo a prendere la macchina - racconta ancora Antonio - Andammo al cimitero, insieme a tanta altra gente. Restammo lì per 2-3 giorni, poi ci fecero spostare al campo sportivo, dove erano arrivate le tende".

Gli chiediamo dei soccorsi, della ricostruzione, della nuova vita dopo quei 90 orribili secondi. La testimonianza di Antonio Vuocolo è del tutto diversa dalle cronache di quei giorni: "Non ci hanno abbandonato, anzi ci hanno trattato benissimo, avevamo tutto ciò di cui necessitavamo". I viveri, in particolare, non sono mai mancati: "Abbiamo avuto da mangiare per anni, avevamo persino cibo da buttare".

Un anno di vita in roulotte, poi iniziarono ad arrivare i primi prefabbricati, alcuni dislocati ai margini del vecchio paese, altri a valle. "Ci hanno sistemati in poco tempo, tutti abbiamo avuto una nuova casa". Lo dice senza polemica o rimpianto il signor Antonio. Il vecchio paese non esiste più, ma esiste nel suo cuore.

E' curioso confrontare la testimonianza di un terremotato con quella di una giovane soccorritrice. Nora Scirè giunse a Laviano da Genova il giorno di Santo Stefano, ad un mese dalla tragica domenica: da allora non è più andata via, ora lavora per la Soprintendenza.

"Laviano era sconvolgente - ricorda - Ci furono più di 300 morti, circa 6-700 feriti e il paese era completamente distrutto. C'era da restare annichiliti. In paese erano quasi tutti parenti: tutti avevano perso un familiare, alcuni ne avevano persi decine. Ad oltre un mese di distanza c'erano ancora bare in strada e diverse persone mancavano all'appello. Ricordo un episodio scioccante. Era già Pasqua del 1981: sotto le macerie fu ritrovato ancora un cadavere, per giunta di una persona che risultava già seppellita".

In una realtà dominata dalla morte e dal dolore, fu il volontariato a donare ai superstiti aiuto, conforto e speranza. Un volontariato motivato, organizzato, efficace, cui per mesi è toccato il compito di riportare un paese sconvolto ad una lenta normalità. "Eppure non fu molto apprezzato dall'amministrazione dell'epoca, perché era visto come un volontariato politicizzato".

Ma, mentre nelle tendopoli i lavianesi tentavano di ritornare alla vita di tutti i giorni, il vecchio paese, completamente distrutto, veniva recintato. Nessuno poteva accedervi, nessuno poteva sapere cosa accadesse tra quei vicoli stretti e quel che restava delle case. "Il paese è stato stravolto, scippato ai suoi abitanti - denuncia Nora Scirè - C'erano interessi e motivi politici per spingere verso il nuovo. Hanno martellato le persone convincendole che la vecchia Laviano era un paese insalubre e inospitale da cui fuggire: e non è stato difficile persuadere persone che di quelle case, di quelle vecchie pietre, da quella sera avevano il terrore".

In altri paesi del circondario (Caposele, Calabritto, Sant'Angelo dei Lombardi), i centri storici sono stati recuperati e restituiti agli abitanti. "Qui sono stati distrutti, cancellati. Hanno costretto dei contadini a stare in casermoni in cui non possono in alcun modo vivere, perché non è la loro dimensione. E, invece, quella dimensione deve essere recuperata". E i giovani? "Gli si è insegnato che non bisogna occuparsi della terra. Ma questo ha creato un'enorme frustrazione e ora tutti vogliono fuggire da qui".

Carlo Alfani

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