"Fate presto": l'allarmato titolo de "Il Mattino" del 26 novembre non era altro che il disperato grido d'aiuto di migliaia di persone sole, impaurite, prive di soccorsi e di guida.
Cronache e testimonianze dei giorni che seguirono il terribile sisma misero a nudo una delle più gravi mancanze delle istituzioni, locali e nazionali.
La macchina degli aiuti si mosse con colpevole ritardo; in diverse occasioni i soccorsi ufficiali arrivarono più tardi di centinaia di volontari, giovani soprattutto, che da ogni parte d'Italia raggiunsero i paesi dell'Irpinia, dell'entroterra salernitano, della Lucania.
Vincenzo Esposito, oggi docente di Antropologia all'Università di Salerno, all'epoca studente in vista della laurea, fu uno di loro. Ecco la sua testimonianza.
TERRORE E SPAESAMENTO: IL RICORDO DELLA SCOSSA
"Quella sera ero a casa di amici: originari di Romagnano al Monte, paesino al confine con la Basilicata, all'epoca vivevano a Salerno. All'improvviso la scossa, un brivido senza fine: quasi 90 secondi di terrore, cui subentrò subito un totale spaesamento. Inizialmente volli raggiungere mio padre: era difficile spostarsi, persino a piedi; fiumi di persone si erano riversate per le vie della città.
Trovai papà in strada in tenuta casalinga, come tutti. Regnavano sgomento e incertezza: nessuno si era reso conto della reale situazione e per tutta la prima sera arrivarono notizie scarse e frammentarie. Solo il giorno dopo si iniziò a capire quali furono le zone più colpite e a comprendere l'entità del disastro. Una delle notizie più immediate, e insieme più forti, fu quella del crollo della chiesa di Balvano, che divenne la tomba di un'intera generazione.
E Balvano dista pochi km da Romagnano, ai tempi uno degli ultimi paesi in Italia per numero di residenti. Ero studente di antropologia, fortemente interessato alle manifestazioni di cultura popolare e religiosa. Ed ero stato lì diverse volte: non potevo non chiedermi cosa potesse essere accaduto.
Era il 26 novembre, da 3 giorni non avevo notizie dei miei amici e dei loro familiari. A differenza di altri paesi, più o meno colpiti, di Romagnano non si avevano notizie: nessuno aveva fatto il punto della situazione, nessuno si era prodigato di capire qualcosa; non erano arrivate le istituzioni, né i soccorritori, né i giornalisti.
I SOCCORSI A ROMAGNANO AL MONTE
Un amico mi mise a disposizione l'auto di un'impresa, una vecchia Golf, e partii, senza peraltro conoscere le condizioni delle strade. Romagnano aveva una particolarità: era raggiungibile solo con una strada cieca proveniente da San Gregorio Magno; forse anche questo spiega il perché dell'assenza di notizie e soccorsi. Fui il primo ad arrivare.
Lo scenario era drammatico: tutte le case del paese erano implose. Le mura esterne erano rimaste in piedi, ma all'interno era crollato tutto; tutto era maciullato, ridotto in poltiglia. Miracolosamente, però, non c'erano state vittime. La gente, assiepata in un terreno, era spaventata, impaurita, senza guida: le autorità erano andate via. Erano quasi solo persone anziane e con loro alcuni giovanissimi: da tempo, la parte produttiva della società era andata via.
Tornai a Salerno per segnalare l'esistenza e l'abbandono di un paese che sembrava del tutto dimenticato. Andai in Prefettura: il portone era aperto, non c'era un piantone, né qualcuno cui chiedere informazioni; incontrai una sola persona, mi indirizzò alla Caserma Cascino: lì era stato traferito il centro di coordinamento per l'emergenza.
Mi recai lì, ma i militari non vollero farmi entrare. Mi incatenai: "Sparatemi se volete - dissi - così forse ci sarà un motivo per interessarsi di Romagnano". Riuscii a farmi ricevere: dissero che erano informati, ma forse non era vero. Quel che è certo è che continuarono ad arrivare soccorsi scarsi e male organizzati, ed intanto incombeva il maltempo. Serviva ogni cosa: acqua, viveri, maglioni, coperte, medicinali.
Cercai altri volontari: trovai due amici, entrambi futuri medici, sapevano cosa fare per prestare soccorso. Iniziai a fare la spola tra Salerno e Romagnano: prendevo le ordinazioni dei farmaci, tornavo in città per acquistarli e portarli in paese.
Ricordo distintamente il caso di una bambina epilettica: i genitori mi pregarono di comprare il 'Luminalette', un sedativo contro l'epilessia. Ma soprattutto feci da assistente sociale: era il mio campo, cercavo di rendermi utile così. Darsi da fare per gente che in un minuto aveva perso tutto era anche il solo modo per sfuggire a quel senso di vuoto.
BALVANO, L'ESPERIENZA DELLA MORTE
Me ne accorsi soprattutto quando, arrivati maggiori soccorsi e ristabilitasi in parte la situazione a Romagnano, decisi di spostarmi a Balvano. Fu lì che incontrai la morte: armato di guanti e mascherina, scavavo tra le macerie. Le scene erano agghiaccianti, ma non c'era il tempo di pensarci su. L'immagine della morte divenne uno dei mille volti di un completo disorientamento, di un vuoto delle coscienze che rischiava di rendere inermi. Prestare soccorso era, quindi, un modo per non cedere a quel vuoto terrorizzante. Neppure la morte doveva fermarti, altrimenti era finita.
FUTURO NEGATO
La sera del 23 novembre 1980 fu un momento canonico, uno spartiacque, un azzeramento di tutto: da lì non si è più ripartiti. Romagnano non esiste più, quantomeno non nello stesso luogo: ora il paese è a fondovalle, a 5 km dal vecchio villaggio, ormai abbandonato.
La gente di quei paesi non ha avuto più un futuro perché non ha avuto più un passato. Non è esistita più una comunità, con essa sono sparite le sue tradizioni, i suoi riti, i suoi momenti; non sono esistite più le case, né un paesaggio. Sono stati cancellati i luoghi, e i luoghi sono l'identità di un paese: forse questo ha influito più delle centinaia di morti.
La ricostruzione ha distrutto più di quanto abbia fatto il sisma stesso: non si è fatto alcun tentativo di recuperare la memoria dei luoghi e degli avvenimenti. Ricordare è far sì che vite, persone e luoghi che non ci sono più diventino patrimonio: la ricostruzione ha cancellato il ricordo, impedendo che si trasformasse in valore. Di Romagnano nessuno si ricorderà più, neanche gli abitanti. Io stesso non sono mai più tornato".
Carlo Alfani






