"Un immane disastro ha colpito il nostro paese": così aprirono i lavori del primo consiglio comunale successivo all'immane tragedia che colpì Cetara il 24 ottobre 1910. Con 111 vittime, il piccolo comune della Costiera Amalfitana pagò il prezzo più alto fra le tante località colpite da una violentissima alluvione.
Ad iniziare dal pomeriggio del 23 e poi per l’intera notte e il giorno successivo, piogge torrenziali e ininterrotte si abbatterono sulle province di Salerno e Napoli, devastando numerose località della costa napoletana, Casamicciola sull’isola di Ischia e soprattutto la Costiera Amalfitana. L'alluvione lasciò i segni più tragici proprio a Cetara: parte del villaggio costiero fu distrutta dagli eventi alluvionali, interi nuclei familiari furono seppelliti sotto i detriti e le macerie delle abitazioni travolte dalla furia delle acque e dei movimenti franosi.
La gravità degli eventi fu attestata dalla visita del Re Vittorio Emanuele III, recatosi nei giorni successivi sui luoghi del disastro. Manlio Casaburi, giornalista salernitano de Il giornale della Provincia, riuscì, tra mille difficoltà, a porsi al seguito del sovrano. Ecco uno stralcio della sua cronaca: "Il Re, con passo svelto, tra S.E. Sacchi e il Prefetto, comincia a salire verso la parte alta del paese, soffermandosi spessissimo a guardare i crepacci e le spaccature dei palazzi [...]
Guarda con evidente impressione il terribile disastro e, poiché vede che l'altezza del materiale che ha seppellito Cetara raggiunge il 2° piano dei palazzi, rivolgendosi al Prefetto, gli domanda: Ma è ghiaia questa? Ed il prefetto: Si, tutta ghiaia, Maestà”. Al suo ritorno a Roma, scioccato dallo spettacolo di distruzione cui aveva assistito, Vittorio Emanuele mise subito a disposizione del Presidente del Consiglio dei Ministri 50.000 lire per gli aiuti e la ricostruzione.
Nelle parole di un giornalista de Il Risorgimento salernitano, inviato pochi giorni dopo sul luogo della sciagura, è la nitida fotografia di un paesino messo drammaticamente in ginocchio dagli eventi. “Quando si è giunti a livello di un ponte, ricolmo fino all’altezza del parapetto da un fiume di fango rossaccio che si riversa nelle case attigue, interrandole quasi completamente, solo all’ora si può avere una visione chiara della sventura che ha colpito la popolazione di quel ridente paesello”.
A fatica si attraversano i vicoli ingombri di detriti, radici e tronchi di alberi. Si esce, poi, su quella che, prima di quel triste giorno, era la strada principale del paese, “resa immensamente più grande dalla rovina delle case distrutte ed ora trasformata in un letto ampio di torrente da cui è scomparsa ogni traccia di vita”. Il torrente di fango e detriti è l’immagine della forza distruttrice e livellatrice della natura, che “abbatte e rade al suolo, portando lontano ogni traccia, ogni segno di casa e di abitato”.
Uno scenario di distruzione, reso ancor più macabro dalla presenza dei cadaveri dissotterrati, disposti sulle barelle militari in attesa di una degna sepoltura, che “hanno tutti dipinto sul volto tumefatto lo spasimo della morte orribile da cui non hanno potuto trovare scampo”. E la commozione è massima quando, su di una scala a pioli, si scorgono, distesi, i corpi esanimi “d’un giovane padre e d’un figlioletto, travolti l’uno nelle braccia dell’altro, avvinti nell’amplesso della morte”.
Un ritratto a tinte fosche, che stride con la tradizionale immagine della serena Costiera Amalfitana, “soggiorno di tante bionde figlie d’Albione, che nella dolce primavera deliziano il loro sguardo nelle onde bianche azzurrine, riflettenti come in uno specchio limpido le casette bianche o rosse o gialle, sparse o aggruppate qua e la sui fianchi delle colline verdeggiante di cedri e limoni”.
“La nostra ridente costiera eternamente verde e fiorita - scrive Donato Vestuti su Il giornale della Provincia del 29 ottobre - aveva, in un’ora di morte, fatto sentir lontano l’eco della ruina e le voci angosciose delle vittime che invano cercavano aiuto [...] Sulla strada rotta in più punti s’incontravano tratto tratto gruppi di fuggiaschi che si trascinavano dietro bambini laceri e scalzi; nulla avevano potuto salvare e contendere alle acque invadenti. Fuggivano inorriditi con le tracce del dolore sul volto e con la visione nell’anima della casa, del paese scomparso.
Di quel ridente villaggio, di quel colorato quadro di delizie nulla è rimasto: solo acqua, fango, squallore. “Ov’era più la bella via di Cetara che saliva dalla marina per perdersi poi fra le gole dei monti? Ov’erano più le bianche piccole casette che facevano indovinare una interna vita di pace e lavoro? Scorreva ancora sul suo letto di fango e ruina rumoreggiando il nero torrente [...] Il mare bacia ancora dolcemente la costa e il sole alto splende luminoso su tanta rovina. Sembra uno scherno”.
Carlo Alfani
*Consultazione dei quotidiani presso la Biblioteca Provinciale di Salerno






