Da grande appassionato e modesto praticante di ciclismo, seguo con interesse le vicende del Tour de France, immancabile appuntamento del torrido luglio transalpino.
Si sforzano loro, i protagonisti del pedale, nella caccia alla maglia gialla, simbolo della gloria perenne anche se indossata per un solo giorno; mi sforzo io, romantico sognatore, nel trovare qualcuno che possa assomigliarti. Mi sforzo, ma non ci riesco.
Dieci anni fa, sulle rampe impietose e brulle del Mont Ventoux, riassaporavi la vittoria "condividendo" il taglio del traguardo con Sua Maestà Armstrong, che sui giornali aveva "osato" far passare il tuo ritorno al successo come un contentino, una concessione a chi (pensava lui) non si rassegnava ad accettare una flessione pisco-fisica, un passaggio di consegne inimmaginabile solo 12 mesi prima, quando Madonna di Campiglio aveva rappresentato nello stesso tempo l'ultimo show e l'inizio del calvario.
Tre giorni dopo quel 13 luglio 2000, tre giorni dopo quel guizzo del Ventoux, lo staccasti alla tua maniera, senza "regali". All'inizio sembravi in difficoltà, arrancavi a decine di metri, poi il ricongiungimento; tempo qualche chilometro e te ne andasti con la solita frustata rabbiosa. E semplicemente smettesti di guardare indietro.
Courchevel ti incoronò re di giornata, ma in fondo anche tu avevi capito che sarebbe stato per l'ultima volta. Bastò per ribadire al mondo - e a quell'americano che ti scherniva - che il più grande eri sempre tu.
Pirata, quanto ci manchi...
Luigi Cerone







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