Giovedi, 24 Maggio 2012

Ultimo aggiornamento23.05.2012 23:40

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Sarno 1998: la marea di fango travolge tutto

Nei giorni 4-5-6 maggio del 1998 il monte Alvano (1300 mt) e le sue pareti, che si affacciano da un versante su Quindici e il Vallo di Lauro, e dall’altro su Sarno e i paesi vicini, Siano e Bracigliano, dopo essersi gonfiati d’acqua per 3 giorni consecutivi di pioggia crollarono in 43 punti.

La montagna vomita tonnellate di fango, detriti e alberi. A Sarno, Bracigliano, Siano e Quindici ci sono stati smottamenti già dal primo pomeriggio, ed è stata una fortuna, perché in molti hanno avuto paura e si sono allontanati dalle case prima che fosse troppo tardi. A Quindici Sindaco, maresciallo dei carabinieri, vigili del fuoco e funzionari di polizia sono riusciti a lanciare l’allarme. Ma in molti altri posti l'allarme arriva quando è troppo tardi. Nella zona distrutta i morti sono stati 159.

A Siano saranno state le cinque del pomeriggio, qualche minuto più tardi a Bracigliano. La frana di Quindici è delle sei, quella di Sarno è della tarda serata. Il terreno è compatto quando è asciutto, ma se si riempie d’acqua e si gonfia e si appesantisce non ha più equilibrio e scivola giù. Gli alberi dalle grosse radici che davano al terreno un solido appiglio non ci sono più. La tragedia si compie nella sua interezza nella notte del cinque maggio: piove ormai da ore, e una valanga di fango si stacca dalla montagna di Pizzo di Alvano. Corre giù verso valle e quando raggiunge Sarno, Siano e gli altri comuni li travolge ad un velocità di 300 metri al minuto.

Il fango arriva ovunque, entra nelle case, invade le strade, trascina via con sè cose, animali, ma soprattutto persone. È Sarno a pagare il prezzo più alto di vittime, perde 137 dei suoi abitanti nelle poche ore di un disastro che “si poteva evitare”, come troppo spesso si ripete in Italia all’epilogo di ogni tragedia. E in un paese che nella sua storia è stato vessato da terremoti e alluvioni, catastrofi naturali pagate con la vita dei cittadini, la solidarietà è un valore che ha avuto occasione di consolidarsi. Centinaia di volontari accorrono a Sarno nelle ore immediatamente successive al disastro, per soccorrere la popolazione e scavare nel fango.

Per tentare di salvare il salvabile, di estrarre corpi fra detriti e macerie, 800 ore ininterrottamente per liberare il paese da 750 metri cubi di melma. Provenienti da ogni parte d’Italia, e non solo. Arrivano dall’Ungheria, dall’Austria. Ci sono i centri sociali del Nord-Est che organizzano le brigate di solidarietà, accorciando quelle distanze che sembrano infinite fra il nord e il sud di un paese che nel dolore si ritrova unito e solidale. Ci sono gli ambientalisti di Legambiente, i volontari della Croce Rossa, e decine di organizzazioni che non esitano a partire per mettersi a scavare.

La colata di fango e detriti, come ricordato, portò via con sé la vita di decine di famiglie, e delle persone rimaste uccise da una calamità della natura e dall’incuria dell’uomo. A distanza di oltre un decennio restano le ricostruzioni, i processi che non hanno trovato colpevoli, i tentativi da parte della camorra di allungare le mani sugli appalti di una riedificazione necessaria, l’umana speculazione sui drammi che coinvolgono altri, e il ricordo di chi ha vissuto quei giorni perdendo i propri cari, e si è costituito associazione per non dimenticare.

Giampiero Somma

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