Giovedi, 24 Maggio 2012

Ultimo aggiornamento23.05.2012 23:40

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Un brivido lungo 90 secondi

mattino terremoto 1980È una domenica di fine novembre, sono le 19.34. Per alcuni è l’ora della passeggiata, per altri del cinema o delle partite in tv, per altri ancora di una chiacchiera in famiglia in attesa della cena.

In una stanza dell'Osservatorio di Monte Porzio Catone (Roma), l'ago del sismografo accelera il ritmo, segnala oltre il diagramma per un lunghissimo minuto e mezzo, sembra quasi impazzire. Nessuno è lì a controllare, nessuno raccoglie il muto e sinistro allarme di quell’ago.

Ma, intanto, in quei 90 secondi, un agghiacciante brivido percorre la spina dorsale del Sud Italia: regioni povere, terre lontane e sconosciute, perse dietro ai monti.

Poco dopo, dai televisori, le prime notizie. Frammentarie, confuse e, purtroppo, ben lontane dall’inquadrare la tragica verità. "Non si hanno notizie di vittime, soltanto qualche contuso", assicura un TG. E poi un altro: "Si ha solo notizia certa della morte di una donna stroncata dall'infarto nella metropolitana". C’è persino chi ironizza: "Ci sono notizie di qualche incendio, perché le persone sono fuggite, magari c'è stato qualcuno che ha lasciato acceso il fornello della cucina...”

Ma la realtà è ben diversa, e di lì a poco l’orrore irrompe nelle case degli italiani, quando dagli schermi appaiono le prime immagini dal luogo della sciagura. Un cronista è lì, tra le macerie, tra quel che resta di uno dei tanti, sconosciuti, remoti villaggi dell’Appennino irpino-lucano. Dalle sue parole concitate, la consapevolezza di una tragedia immane: “Adesso stanno... si hanno recuperato altri 2 corpi. Il lavoro continua, è una cosa straziante, non è possibile descrivere quello che sto vedendo in questo momento: è soltanto un enorme, immenso ammasso di macerie”.

Sono trascorsi appena 4 anni dal terribile sisma del Friuli, ferita ancora aperta nel cuore degli italiani. E la sensazione di un ennesimo disastro attanaglia tutti. Ma, per l’intera prima notte, nessuno è in grado di tracciare un quadro chiaro, attendibile. Lo dimostra il titolo in prima pagina de ‘Il Mattino’; vago, persino ottimista: “Un minuto di terrore, i morti sono centinaia”. Le tenebre della notte e la lontananza di quelle terre hanno reso tutto drammaticamente più oscuro.

Manca la luce, i telefoni sono andati in tilt: funzionano solo le radio di Polizia e Carabinieri, ma sono ingolfate. I collegamenti con paesi e città sono saltati. “Mentre scriviamo - riferisce il cronista della testata napoletana - è impossibile tracciare un bilancio”. Per le stesse autorità è difficile stabilire “dove e cosa sia successo”. E intanto la gente, in preda al panico, al dolore e allo sgomento, si è precipitata fuori dalle case. Strade, piazze, campagne si trasformano in veri e propri accampamenti a cielo aperto: uomini, donne, bambini trascorrono la notte all’addiaccio.

Al levarsi del sole, uomini in elicottero salgono in cielo e scavalcano le montagne nevose dell’Irpinia. Paesi costruiti in cima alle montagne, quasi aggrappati ad esse; case vecchie, povere, fatiscenti; strade che si arrampicano, vicoletti in cui pulsava una vita fatta di stenti: la scossa vi si è abbattuta come una violentissima martellata e tutto è crollato giù verso la valle, portandosi dietro intere famiglie. Una civiltà, un’idea di comunità, fatta di semplici tradizioni e umili valori, è come sprofondata per sempre in un cratere.

mattino terremoto 1980Il chiarore dell'alba, tanto atteso eppure temuto, fa luce su una sciagura immensa, su un'esistenza ora diversa per tutti. Irpinia, Alto Sele, Lucania sono un panorama di rovine. Molti villaggi sono distrutti. Laviano, Santomenna, Colliano, Castelnuovo di Conza, nel salernitano; Sant’Angelo dei Lombardi, Lioni, Teora, San Mango sul Calore, in Irpinia: questi paesi quasi non esistono più. A Salerno circa 50mila persone sono senza tetto. Persino Napoli, pur lontana dall’epicentro, è paralizzata.

Per tutti, quel minuto e mezzo è stato un salto nel buio più profondo. E così, “Il Mattino” di martedì 25 novembre è costretto a una tragica rettifica: “I morti sono migliaia, 100.000 i senza tetto”. Ma non è finita, si precisa nell’articolo in prima pagina: “Di ora in ora il bilancio del terremoto assume le dimensioni di una grande tragedia [...] Il conto dei morti, soprattutto nell’Alta Irpinia devastata e nell’alta valle del Sele, si allunga: saranno duemila, tremila, forse di più.

Centinaia di corpi devono ancora essere estratti dalle macerie. Decine di paesi sono stati letteralmente cancellati. Da 36 ore viviamo in città fantasma [...] In molti paesi i morti sono stati contati sottraendoli dai vivi. E lasciandoli imputridire sotto montagne di polvere marcia”. Il tutto è reso drammaticamente più difficile da una macchina dei soccorsi che ovunque si è mossa con colpevole ritardo. ”In molti comuni si scava ancora e solo a forza di mani [...] Mentre il freddo dell’inverno incalza e le riserve di viveri, di tende, di coperte, di medicinali, perfino di garze e di siringhe si assottigliano”.

mattino terremoto 1980Di qui, il grido di allarme dell’edizione di mercoledì 26: “Fate presto”. Due giorni dopo quella maledetta domenica, si brancola ancora nel buio. In molti paesi, viveri, tende, medicinali sono arrivati 48 ore dopo la scossa.

Nell’ospedale da campo di Oliveto Citra, molti bambini sono morti dissanguati e persino per il freddo. Per ore e ore, dalle macerie si sono uditi lamenti e grida d’aiuto, via via sempre più flebili: sono i “sepolti vivi”. Amministratori, parroci, gente comune: tutti levano grida di rabbia contro uno stato ancora una volta assente.

“Se ci avessero aiutato prima...” è il coro unanime di protesta. Come accaduto in Friuli, emerge l’immagine di uno Stato disgregato, che rivela le sue carenze organizzative, al centro come in periferia. Nessuno è risparmiato, neppure il tanto amato Presidente Pertini che, in visita nei paesi terremotati, è accolto dai fischi. “Ma cosa è venuto a fare Pertini qui? - tuona il sindaco di Laviano - Non sappiamo cosa farcene delle belle parole”.

Lo stesso Pertini, nello speciale TG2 del 27 novembre, ammetterà: “Non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci. Ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione di sepolti vivi. Non deve ripetersi quello che è avvenuto nel Belice. E se vi è qualcuno che ha speculato, io chiedo: costui è in carcere come dovrebbe essere?". Dopo secoli di disboscamento, la montagna che incombeva sugli uomini si è come sbriciolata. Una volta di più, l’Italia deve fare i conti con l’aspra verità di un dissesto territoriale che, ancora una volta, ha moltiplicato i danni recati da una tragica fatalità.

Passata la catastrofe, resta un pezzo del Mezzogiorno, due regioni abitate da 7 milioni di persone già più volte sconfitte, costrette a ripartire da zero. “Quel disperato, muto, uniforme, grigio ammasso di rovine e mura franate e povere, irriconoscibili cose - dice Lina Wertmuller nel documentario Rai ‘È una domenica sera di novembre’ - significava, fino alle 19.30 di domenica, uomini, donne, persone, famiglie, affetti, ricordi, pensieri, illusioni. Tutto spazzato via, cancellato”.

*PER LA CONSULTAZIONE DEL MATERIALE SI RINGRAZIA LA BIBLIOTECA PROVINCIALE DI SALERNO


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