23 settembre 1985: a Napoli, in piazza Leonardo, nel quartiere Vomero, intorno alle 21, viene ucciso un giovane cronista del "Mattino". Il cronista, che pochi giorni prima aveva compiuto 26 anni, si chiama Giancarlo Siani. 21 settembre 1990: sul viadotto Gasena, lungo la SS 640 Agrigento-Caltanissetta, mentre - senza scorta e con la sua Ford Fiesta amaranto - si reca in Tribunale, viene ucciso in un agguato mafioso il giudice Rosario Livatino. Non aveva ancora 38 anni.
Due morti assurde, nell'opinione di molta gente comune; due omicidi, decisi, valutati, ritenuti indispensabili da chi, invece, voleva eliminare due personaggi ritenuti scomodi, pericolosi. Ma cosa avevano in comune l'arrembante cronista, corrispondente da Torre Annunziata, ed il giovane giudice siciliano? Cos'era a renderli "pericolosi"?
Il primo, appartenente ad una famiglia della borghesia medio-alta napoletana, aveva frequentato con ottimo profitto il liceo classico "Giovanbattista Vico", dove alla cultura umanistica aveva affiancato quel fermento politico dei movimenti della sinistra studentesca, conosciuto come "i ragazzi del 77" dal quale si era poi distaccato per un passaggio attraverso i movimenti non violenti. Iscrittosi all'Università, aveva iniziato a collaborare con alcuni periodici napoletani, mostrando sempre spiccato interesse per le problematiche sociali del disagio e dell'emarginazione.
Il secondo, invece, dopo il conseguimento della laurea in Giurisprudenza all'Università di Palermo, con il massimo dei voti, entra nel mondo del lavoro vincendo il concorso per vicedirettore in prova presso la sede dell'Ufficio del Registro di Agrigento dove rimane dal 1° dicembre 1977 al 17 luglio 1978. Nel frattempo però partecipa con successo al concorso in magistratura e, superatolo, lavora a Caltanissetta quale uditore giudiziario, passando poi al Tribunale di Agrigento, dove per un decennio, dal 29 settembre '79 al 20 agosto '89, occupa il ruolo di Sostituto Procuratore della Repubblica. Ma allora, cosa avevano in comune? Semplicemente il "nemico": la criminalità organizzata. Che fosse camorra per uno e mafia per l'altro, poco conta: Giancarlo e Rosario combatterono, ognuno con le proprie armi, contro un nemico comune.
E lo fecero così bene da sacrificare la loro vita. Il primo, con i suoi articoli, su vari periodici prima e sul "Mattino" poi, divenne il fulcro dei primi e temerari movimenti del fronte anticamorra che sorgevano. Promotore di iniziative, firmatario di manifesti d'impegno civile e democratico, Siani era divenuto una realtà a Torre Annunziata: scomodo per chi navigava nelle acque torbide del crimine organizzato, d'incoraggiamento per chi aveva una coscienza civile ma non aveva il coraggio per urlare.
Il secondo, invece, non ebbe mai un sussulto, rarissimi interventi pubblici al di fuori delle aule giudiziarie. Faceva semplicemente il suo lavoro, con impegno. Negli anni da sostituto procuratore, ad Agrigento, si occupò delle più delicate indagini antimafia, di criminalità comune ma anche (nell'85) di quella che poi negli anni '90 sarebbe scoppiata come la "Tangentopoli siciliana". Fu proprio Rosario Livatino, assieme ad altri colleghi, ad interrogare per primo un ministro dello Stato.
Due uomini diversi, due luoghi diversi, due mestieri diversi. Forse, però, in comune non c'era solo il nemico, come erroneamente abbiamo detto poco prima. No, in comune c'era anche altro: la voglia di lottare contro ciò che non è giusto, di impegnarsi a favore della legalità e dello Stato, di difendere la società civile dalla malavita, di combattere per la giustizia. E' per questo che Giancarlo e Rosario hanno pagato con la vita. Ed è per questo che, ancora oggi, il loro ricordo è vivo in noi.
Giampiero Somma






