Marzo 1944. La guerra nel Sud Italia sembra essere finita: a luglio '43 lo sbarco alleato in Sicilia, poi l'8 settembre l’armistizio. L’Italia, ufficialmente, non è più alleata con le forze naziste; in realtà, però, è divisa in due: a sud il regno di Vittorio Emanuele III e del nuovo capo del governo Pietro Badoglio, con sede, dall'11 febbraio, a Salerno; a nord la Repubblica Sociale di Mussolini, ancora fedele ad Hitler.
Guerra finita, si diceva. Ma la guerra lascia il segno, sempre: città devastate dai bombardamenti, linee stradali e ferroviarie interrotte per mesi. La popolazione è in ginocchio, la fame incombe. Si tenta il tutto e per tutto per la ricerca di generi alimentari, a costo di salire su un treno merci, magari stipati come bestie. Così, più di 600 persone salgono a bordo dell’8017, il treno merci della speranza, partito da Napoli, direzione Potenza: i passeggeri sono quasi tutti campani, soprattutto delle province di Napoli e Salerno. Borsisti neri, si disse.
Molti lo sono, vero: centinaia di viaggiatori clandestini, provenienti soprattutto dai grossi centri del napoletano, stremati dalla guerra, che nei paesi di montagna lucani sperano di poter acquistare derrate alimentari in cambio di sigari e caffè distribuiti dagli statunitensi Ma i più sono uomini, donne, padri o madri di famiglia, gente partita per Basilicata, Puglia, Calabria, con poche lire in tasca e qualche oggetto da barattare in cambio di cibo. Il carico del convoglio ne risente: il treno pesa più di 600 tonnellate, un'enormità.
È la mattina del 2 marzo. Il treno 8017 lascia la stazione di Napoli: a trascinare i suoi 47 vagoni, una motrice elettrica, molto potente, fino a Salerno. Arriva a Battipaglia poco dopo le 18.00, riparte poi alle 19.00; lo trainano ora due locomotive a vapore, a doppia trazione, perché da lì la linea ferrata, non ancora elettrificata, si inerpica su per i ripidi sentieri dell’entroterra salernitano. Nelle caldaie non brucia più il carbone fornito dai tedeschi, ma quello americano, carico di zolfo. È quasi mezzanotte quando il convoglio raggiunge la stazione di Balvano, un paesino della provincia di Potenza, al confine con la Campania. Quasi tutti i passeggeri dormono, solo i macchinisti restano all’erta. Circa mezz’ora di sosta: tutto nella norma, controlli e manutenzione di routine. Poi, alle 00.50, il treno riparte per un tratto in notevole pendenza con numerose gallerie molto strette e poco areate Fermata successiva Bella-Muro: solo otto chilometri e circa venti minuti il tempo stimato per percorrerli.
Poi, il nulla, nel silenzio spettrale di una notte nebbiosa e senza vento. Alle 2.40, quasi due ore dopo, dell’8017 non si ha più alcuna notizia. Nessun deragliamento, nessuno scontro, solo un arresto improvviso, in un tunnel di 1262 metri, con pendenze fino al 13%: la Galleria delle Armi. La locomotiva inizia a slittare, il treno rimane bloccato, senza riuscire ad uscire dalla galleria. Si ferma a 800 metri dall'ingresso, con i soli ultimi due vagoni fuori. I binari bagnati per l’umidità, il carbone di cattiva qualità, la confusione tra macchinisti, frenatori e fuochisti: frenare o far girare al massimo i motori? retrocedere o andare avanti?…
Gli sforzi delle locomotive per riprendere la marcia sviluppano grandi quantità di monossido di carbonio e acido carbonico, facendo perdere i sensi al personale di macchina. In poco tempo anche la maggioranza dei passeggeri viene raggiunta dai gas tossici che, in assenza di vento, possono uscire dalla strettissima galleria solo tramite il piccolo condotto di aerazione. Pochi attimi, e la galleria si trasforma in una camera a gas. Il fumo asfissiante delle caldaie invade i vagoni, quasi tutti gli occupanti del convoglio muoiono soffocati dal monossido di carbonio. Solo all’alba da Potenza arrivano i soccorsi, ma è troppo tardi.
Il destino di centinaia di persone si era consumato nel buio spettrale di quel tunnel maledetto. Il treno della speranza, trasformatosi in treno della morte, fu tirato indietro, a fatica, fino a quell’ultima, tragica fermata, dove ebbe inizio la conta dei cadaveri: dapprima allineati sulle banchine, poi portati al cimitero; per loro quattro fosse comuni, tre per gli uomini ed una per le donne. L’esatto numero dei morti non fu mai stabilito con esattezza. Il Governo Badoglio, riunitosi a Salerno alcuni giorni dopo, ne contò 501.
Di sicuro, le vittime furono molte di più e tantissime quelle che non furono mai riconosciute. Non ci furono funerali, nessun cadavere tornò mai casa né ricevette una degna sepoltura. Solo nel 1972, Salvatore Avventurato, che quella notte aveva perso il padre e il fratello, si fece promotore della costruzione di una cappella, un monumento ai caduti dell’8017: una lapide di marmo è lì a ricordare ai posteri una tragedia immane, che attende ancora di essere spiegata. La lapide riporta 509 morti (408 uomini e 101 donne) e, ironia della sorte, una errata data dell’incidente, posticipata di un giorno.
Sono passati ben 65 anni da quella tragica notte, eppure ancora molto poco si sa del treno 8017. Tante le incognite sull’evento e le incongruenze nelle inchieste ma, soprattutto, nessun riconoscimento ufficiale da parte dello Stato Italiano, né tanto meno dalle Ferrovie che provarono a cavarsela con miseri risarcimenti alle famiglie delle vittime, intesi come risarcimenti di eventi bellici. Il treno, forse, avrebbe dovuto essere fermato a Battipaglia nonostante le due locomotive fossero nominalmente sufficienti al traino, e avrebbe dovuto essere messo in regola con le nuove normative; era noto inoltre che il carbone fornito non era in grado di sviluppare sufficiente potenza per mantenere le massime prestazioni delle macchine.
Vennero anche sollevati dubbi sulla tempestività dei soccorsi e sull'operato dei capistazione di Balvano e Bella-Muro, che non accertarono subito la posizione del treno quando questo apparve in ritardo sulla tabella di marcia. In realtà, nel caos post-bellico, comunicazioni intermittenti e pesanti ritardi rientravano nella norma. Non era raro che si impiegassero oltre due ore per percorrere i 7 km della tratta. Un mese prima, d'altronde, in una galleria sulla tratta Baragiano-Tito, immediatamente successiva a quella della tragedia e con pendenze superiori al 22, un treno dell'autorità militare statunitense aveva subito un incidente simile.Sulla tratta incriminata, inoltre, per ridurre l'eventualità di questi incidenti riducendo gli sforzi e le emissioni delle macchine, era stato disposto il limite di 350 tonnellate.
Poche e frammentarie le notizie diramate dalla stampa. Il 7 marzo il quotidiano napoletano Risorgimento, l'unico autorizzato dalle autorità alleate, scrisse di un incidente ferroviario a un treno merci: pochi accenni vaghi, nessuna indicazione sul luogo, né sul numero delle vittime. Ma anche i quotidiani nazionali pubblicarono cifre diversissime tra loro. Per il “Corriere della sera”(6 marzo 1944) e per “La Stampa” (7 marzo 1944) i morti sarebbero stati 500, mentre 49 erano i ricoverati in ospedale. Le medesime cifre vennero riferite dal “Giornale d’Italia” del 7 marzo, mentre lo stesso giorno “La Gazzetta del Mezzogiorno” parlò di 509 vittime. Il quindicinale potentino “Il Gazzettino”, invece, l’8 marzo riferì di 549 morti, di cui 77 donne. Pochissimi, inoltre, sono gli studi sul caso. Tra questi, le ricerche del dottor Gianluca Barneschi, autore del volume “Balvano ’44: i segreti di un disastro ferroviario”.
A molti anni da quella sciagura, insomma, ciò che resta è solo il mesto e composto saluto che ogni anno, nel giorno dell’anniversario, i tanti campani porgono ai loro cari, per non dimenticare. Con la speranza che un giorno l'oscura vicenda del treno 8017 venga fuori dall’ovattato oblio che l’ha avvolto per anni e venga sollevato finalmente il velo su quella che fu la più grande tragedia ferroviaria d’Europa. Il treno 8017 effettuato il 2 marzo, ben può definirsi il treno della morte, perché rare volte, anche nei disastri ferroviari più famosi, si sono avuti in una sola volta oltre 600 morti quanti furono quelli che perdettero la vita sotto la galleria delle Armi presso la stazione di Balvano. Una simile ecatombe non può essere addebitata a fatalità ed occorre ricercarne e punirne i responsabili (“Libertà”, 20 marzo 1944)
Carlo Alfani






