Aprile 1969. L'area di Battipaglia, tra le più povere d'Italia fino agli anni '50, vive il suo piccolo miracolo economico. Nuove fabbriche si sono aperte, l’attività edilizia si è sviluppata. Dal Nord e dall’estero sono arrivate le grosse industrie alimentari, con i loro macchinari e le loro moderne tecnologie. Con una conseguenza, inevitabile: la produzione aumenta, l'occupazione diminuisce.
Il miracolo, dunque, c'è stato. Ma è fragilissimo. Lo dimostra il reddito pro capite in provincia di Salerno, ancora tra i più bassi d'Italia. “Viene al pettine una riforma agraria radicalmente sbagliata - scrive Eugenio Scalfari su 'L'Espresso' - L’economia progredisce, la società civile vede aumentare i propri bisogni, ma le istituzioni politiche restano immobili, decrepite, inefficienti”.
È in questo scenario che, a stretto giro di posta, a Battipaglia prima chiude lo zuccherificio, poi si minaccia la chiusura dell'ATI, due grandi aziende, dalle quali dipende buona parte della prosperità economica e della sopravvivenza stessa di una cittadina di 36mila abitanti. Alcuni delegati cittadini sono a Roma, ma – si legge ancora ne 'L'Espresso' - “nessuno era così ingenuo da credere che, senza una clamorosa manifestazione di protesta [...] potessero tornarne con risultati diversi dalle solite ipocrite promesse. Ecco dunque l’eventualità dell’interruzione della linea ferroviaria, vista come l’unica iniziativa possibile”. Il 9 aprile, dunque, è indetta una grande manifestazione popolare di protesta. “Che dovevano fare gli ex pastori e gli ex montanari? - si chiede Scalfari - Ritornarsene sul Cilento? O dare l’assalto al municipio e al commissariato? La scelta era facile, ed è stata fatta la mattina del 9 aprile”.
All'alba, una colonna di 300 uomini, tra agenti di polizia e carabinieri, parte da Salerno. Alla loro testa si pone il commissario De Masi, giovane nutrito di regolamenti più che di esperienza. Molti manifestanti si radunano poco dopo le 7.00 nei pressi dell'Istituto Tecnico. Ecco come Vincenzo Campagna, esponente della 'Giovane Italia', descrive quella mattina nelle pagine de 'La rivolta di Battipaglia': “Le strade apparivano deserte. Una strana calma vi regnava: i negozi erano tutti chiusi. Qualche bottegaio di generi alimentari, che timidamente aveva alzato per metà la saracinesca, immediatamente l'abbassava [...] Anche le finestre e i balconi rimanevano chiusi, come se fosse stata ancora notte”. La situazione è tranquilla, sotto controllo. I diversi gruppi si uniscono, il corteo inizia a snodarsi per le vie del centro: via Mazzini, poi via Italia, in direzione del Municipio.
Dal mare di folla emergono cartelli che recitano ' Difendiamo il nostro pane', 'Basta con le promesse', 'Non vogliamo morire', 'Roma, uguale merda'. Il commissario De Masi, inizialmente, si tiene in disparte. Ma sa che l'autorizzazione per la manifestazione è limitata a Piazza della Repubblica; quando scorge il corteo muoversi in direzione di via Roma, fa suonare gli squilli di tromba regolamentari e guida i suoi uomini alla carica. È il primo scontro, violento ma inutile. I primi feriti abbandonano il campo a decine, ma il corteo prosegue compatto verso la stazione, dove il vicequestore Vinale ha schierato già da tempo la sua forza. Al suo cospetto si presenta un vero mare di folla in preda all'esasperazione. Non può contrastarlo, può solo disporre gli uomini a difesa degli impianti tecnici. I dimostranti possono, così, raggiungere i binari e occuparli, trascinarvi sopra automezzi, bidoni, travi, panche. Alle 9.00 del mattino “il blocco del più importante nodo ferroviario del meridione d’Italia è compiuto”. Ma fino a questo momento, a parte la carica ordinata dal commissario De Masi, non c’è stato nessuno scontro diretto tra popolazione e polizia, nessuna aggressione o violenza.
Si cerca persino il dialogo per stemperare gli animi. Ma da Roma arriva l'ordine di rimuovere i blocchi; e da Napoli giungono rinforzi, pochi per la verità. Da questo momento, 220 uomini sono impegnati per un’ora nella prima delle 2 grandi battaglie di giornata. E qui iniziano le discordanze, nette, tra le diverse versioni dei fatti. I manifestanti denunciano “cariche selvagge eseguite dai celerini”. Dal canto loro le Forze dell'Ordine “accerchiate da una popolazione disperata”, iniziano a esser prese dal panico. Idranti e lacrimogeni non bastano a frenare l'impeto della folla, che risponde con una fitta sassaiola.
Intorno alle 17.00 lo scontro decisivo, drammatico. Si gioca in via Gramsci, presso il Commissariato: circa 100 tra poliziotti e carabinieri vi sono asserragliati dentro. Si invocano rinforzi, ma nel frattempo gli uomini, trovandosi isolati fra la folla, iniziano a sparare all'impazzata. A farne le spese sono Teresa Ricciardi, giovane insegnante di 30 anni, colpita mortalmente mentre seguiva gli scontri dalla finestra della sua abitazione, al terzo piano, su Piazza del Popolo, e un 19enne studente universitario, Carmine Citro, raggiunto da un proiettile in via Mazzini. Tanti anche i feriti, in entrambi gli schieramenti. C'è chi parla di 90, chi di oltre 200.
Leggiamo ancora dal libro di Vincenzo Campagna: “Da quel momento in poi non si capì più nulla. Poliziotti che scappavano in camionetta o a piedi per i vicoli circostanti ricevevano insulti dalla gente riversatasi sui balconi - e molti gettavano contro di loro vasi, sedie o altri oggetti che avevano a portata di mano. Camionette, cellulari e autoidranti abbandonati nella fuga vennero capovolti e incendiati. Alle 20 circa la città rimaneva completamente nelle mani dei manifestanti [...] Anche il Municipio dovette subire assurde devastazioni, conclusesi con l'incendio di alcuni edifici. Cessate queste scorrerie, a Battipaglia calò il silenzio, interrotto solo in nottata dal sorpaggiungere di nuove forze di polizia”.
Ecco come titolavano due giornali nazionali il giorno dopo. Solo due esempi, ma bastano per comprendere lo scontro ideologico scatenatosi all'indomani dei tragici fatti di Battipaglia. Versioni discordanti, accuse reciproche: dalla piazza, gli scontri si erano trasferiti nelle redazioni giornalistiche prima e tra i banchi del Parlamento poi. E così, se quotidiani d'ispirazione comunista come 'L'Unità' si scagliarono contro le Forze dell'Ordine, accusate di aver sparato in modo irresponsabile e indiscriminato contro la folla, 'Il Mattino' puntò l'attenzione sulla ferocia della folla stessa, che le avrebbe circondate e disarmate: “Il Roma” parlò di manifestanti “armati di zappe, vanghe, falci e altri attrezzi agricoli”, mentre 'Il Tempo' ipotizzò persino che gli spari, fatali per i due giovani, potessero esser partiti dalla folla. 'L'Unità', nell'edizione dell'11 aprile, rincarò la dose nei confronti delle Forze Armatee e si scagliò contro gli altri organi di stampa:
Pochi giorni dopo, “Il Meridionale”, un periodico locale, ribattè: “La legge deve essere rispettata: questo non va dimenticato per nessun motivo; e allora è necessario usare qualsiasi mezzo, anche repressivo, perché non si abbiano a ripetere i luttuosi fatti di Battipaglia”.
Schermaglie ideologiche, dunque, inevitabili tanto più in un periodo “caldo” come la primavera del '69, che facilmente si prestava ad estremismi e strumentalizzazioni. Ma la disamina più lucida, forse, la offrì un altro foglio locale, 'Giornale Sud': “I tragici fatti di Battipaglia non sono che un episodio indicativo di una politica meridionalista sbagliata [...] pesante atto di accusa alle insufficienze, alle carenze ed alle improvvisazioni, nella fase esecutiva, della politica degli interventi per il progresso civile ed economico del Sud”. La crisi di Battipaglia era la crisi della Campania e di tutto il Mezzogiorno d’Italia.
Carlo Alfani






