Sabato 15 dicembre 1923. È passato poco più di un anno da quella marcia su Roma, che ha definitivamente segnato il passaggio del potere nelle mani di Benito Mussolini. Solo quattro mesi dopo, il 6 aprile 1924, il suo “Listone” avrebbe dominato le elezioni delle intimidazioni, delle accuse, del delitto Matteotti, degli “Aventiniani” (tra loro, anche il deputato salernitano Giovanni Amendola).
Al Palazzo del Comune di Salerno siede un liberale, Alfredo Capone, vittima, appena due settimane prima, di un violento attacco sferrato dal settimanale provinciale ‘La riscossa fascista’: “C’è un filibustiere - si legge nell’edizione di giovedì 29 novembre - salito alle più alte vette della celebrità fra gli antifascisti, che gode incrollabile stima in provincia [..] questa parodia di grande uomo sembra tale unicamente perché si è messo alla testa dei cani fegatosi dell’opposizione. Ché, se si fosse messo onestamente nella sua corrente, sarebbe stato sorpassato da qualche comprovinciale di lui certo più meritevole, ma meno rotto al brigantaggio politico. Lo liquideremo a suo tempo”. Una sinistra minaccia, un oscuro presagio…
Eppure, è proprio a Capone e alla sua Giunta che Salerno deve un grande successo di lustro e prestigio: Re Vittorio Emanuele III accetta di presiedere all’inaugurazione del Monumento ai Caduti, scolpito da Gaetano Chiaromonte ed eretto al centro di Piazza Ferrovia. Dopo Vittorio Emanuele II nel 1861 e Umberto I nel 1881, Vittorio Emanuele III è il terzo sovrano dell’Italia Unita a far visita a Salerno. Il primo cittadino “è tornato ieri notte da Roma - scrive il ‘Corriere Salernitano’ due giorni prima dell’evento -: gli brilla negli occhi l’immensa gioia per l’altissimo onore concesso alla sua diletta città dall’eroico e amatissimo Sovrano”. La sua presenza conferisce alla cerimonia “solennità ed alta significazione patriottica”: la Giunta comunale - si legge nelle Deliberazioni - si adopera per “adottare quei provvedimenti intesi a rendere alla Maestà del Re onoranze degne e solenni”.
Vittorio Emanuele parte da Roma alle 22.30 del 14 dicembre, a bordo del treno 1927 bis, uno “specialino” senza “staffetta”, e arriva a Salerno il mattino seguente, alle 9.00. Ad accoglierlo sono le autorità cittadine: tra gli altri, Giovanni Cuomo, Pietro Capasso, Beniamino Spirito, Matteo Mazziotti; poi l’entrata trionfale nel piazzale della stazione, tra il delirio di una folla festante e il suono delle bande musicali.
Come da programma, pronunciano brevi discorsi il presidente del comitato promotore Enrico Madia, l’arcivescovo, cui poi spetta la benedizione del monumento, e infine, il sindaco, che magnifica il carattere patriottico della cerimonia. Dopo la solenne inaugurazione del Monumento ai Caduti, il Re prende posto su un’automobile scoperta, insieme al suo Aiutante di Campo, generale Cittadini, ad un rappresentante del governo nazionale e al Sindaco Capone. A passo d’uomo, l’auto procede attraverso le vie del centro cittadino, “tra due schiere infinite di anime prone”, che accolgono il sovrano con un “un applauso lungo, fervido, incessante”.
Prima fermata alla Caserma Umberto I, in Corso Garibaldi, per la cerimonia di scoprimento della lapide in onore del soldato Perrottelli, caduto in guerra e decorato con medaglia d’oro. A seguire, presentazioni delle Autorità Civili e degli Ufficiali, rispettivamente a Palazzo Sant’Agostino (all’epoca Prefettura) e al Circolo Militare; poi visita al Duomo e, infine, al Casino Sociale, che già 42 anni prima accolse Umberto I e Margherita. Da lì il ritorno in stazione e la ripartenza per la capitale, alle 12.20. “Breve, brevissimo il soggiorno del Re - leggiamo ancora sulle colonne del ‘Corriere Salernitano’ -: ma bastevole perché Salerno possa chiudere la sua anima e possa mostrarla al Sovrano così come è: vale a dire pura di ogni colpa, fedele sino ai più lontani sacrifizi, calda di patriottismo, fervida di passione, incorrotta e incorruttibile”.
Le cronache dei giorni successivi, su tutte quelle de “La frusta”, parlano di scopo raggiunto, di perfetta riuscita della patriottica cerimonia, dell’entusiasmo e della compostezza del popolo salernitano, del gradimento e della soddisfazione di Vittorio Emanuele. Ma il cronista tace su un episodio, di cui forse gli stessi intervenuti non hanno modo di rendersi conto a pieno. Nel comitato d’onore cui spetta l’accoglienza al Re, compare il nome di Giovanni Amendola, ma del deputato salernitano non c’è traccia.
Amendola, giunto in città per partecipare all’evento, viene bloccato dagli squadristi presso l’abitazione in cui alloggia, e sottoposto ad un vero e proprio sequestro di persona. L’esclusione del deputato liberale, tra i più ostinati oppositori di Mussolini, consente ai fascisti di monopolizzare l’attenzione. Per Amendola è l’inizio di una vera persecuzione, l’anteprima del trattamento che gli viene riservato a Roma appena due settimane dopo, il 26 dicembre, quando cinque sconosciuti lo aggrediscono, lo ingiuriano, lo bastonano a sangue. Dopo un’ulteriore aggressione subita a Serravalle Pistoiese il 20 luglio 1925, Amendola muore a Cannes, il 12 aprile 1926, a seguito di una lunga agonia.
Ma l’episodio di quella mattina segna una sconfitta gravissima anche per Salerno, per il Sindaco Capone, per la sua Giunta. Nella successiva seduta del Consiglio, gli esponenti liberali denunciano la vile intimidazione subita da Giovanni Amendola. La reazione fascista non si fa attendere: ad inizio gennaio, le camicie nere salernitane, grazie anche al sostegno del Prefetto, riescono ad ottenere le dimissioni della Giunta comunale, il conseguente scioglimento del Consiglio e il passaggio dei poteri al commissario prefettizio.
‘Il Risorgimento Salernitano’ del 12 gennaio 1924 riporta il testo del manifesto rivolto alla cittadinanza: “L’Amministrazione, rea soltanto di avere deplorato senza politiche intenzioni un atto di violenza in persona di un nostro rappresentante al Parlamento Nazionale”, è costretta a rendere il mandato ottenuto nel 1920. “Fieri nella coscienza del dovere compiuto - chiude, orgoglioso, il manifesto - riassumiamo i nostri pensieri e i nostri palpiti in quell’istesso grido col quale nell’ora minacciosa per la patria assumemmo l’onorifico mandato: Viva l’Italia! Viva il Re! Viva Salerno!”.
Quel sinistro presagio diviene realtà. E dodici anni dopo scompare anche uno dei simboli di quella gloriosa mattina, la scultura bronzea posta all’apice del monumento. La donna alata scolpita da Chiaromonte viene fusa per volere di Mussolini, per farne materiale bellico. A poco vale la ferrea opposizione dell’Amministrazione comunale: prevalgono le ragioni della guerra incombente.
Carlo Alfani






