"Il governo italiano, riconosciuta l'impossibilità di continuare l'impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane.
La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza".
Sono circa le 19.42 dell'8 settembre 1943: attraverso i microfoni dell'EIAR, il maresciallo Pietro Badoglio annuncia alla nazione italiana la firma dell'Armistizio di Cassibile (detto anche "armistizio corto"), l'atto reso pubblico circa un'ora prima, alle 18.30, dai microfoni di Radio Algeri da parte del generale Dwight D. Eisenhower, e firmato in gran segreto pochi giorni prima, il 3 settembre, con il quale il Regno d'Italia cessa le ostilità contro le forze britanniche e statunitensi.
L'annuncio arriva a Salerno, già messa in ginocchio dai ripetuti bombardamenti di una tragica estate, al termine di una giornata tesa, ricca di segnali inquietanti. Al mattino, intorno alle 11, un aereo monomotore, che mostrava chiari, sotto le ali, i colori inglesi, era apparso improvvisamente nel cielo della città, volteggiando a bassa quota tra Torrione e la stazione, il Sanatorio Da Procida e La Mennola, per poi portarsi in centro e prendere infine la via del mare perdendosi nel vasto orizzonte. Nessun allarme, solo tre tardivi colpi di cannone. L'episodio è stranamente misterioso.
Poi, al tramonto, l'annuncio dell'armistizio. "La notizia si diffonde in un baleno - scrive Arturo Carucci, cappellano del Sanatorio, in "Salerno: settembre 1943" - Dai rifugi e dalle gallerie la scarsa popolazione rimasta a Salerno si riversa nelle strade: si vuol suonare a festa le campane; si pretende che si canti il 'Te Deum' nelle chiese. Occorre frenare gli entusiasmi e alcuni del clero fanno del loro meglio per indurre il popolo a ritornare ai rifugi: l'armistizio non è la pace e le parole di Badoglio fanno solo intendere che gli avvenimenti prendono un nuovo corso, senza però dare la pace al Paese.
La conferma arriva poco dopo. Verso le 21, una forte detonazione precipita la città nel terrore: sulle banchine del porto saltano in aria i Magazzini Generali e i depositi di munizioni. Alcuni civili che si trovano in zona sono travolti e uccisi. Intanto nei cieli ormai scuri si ode il cupo e inquietante rombo dei motori degli aerei. Poi dalle montagne sorge la luna. "E' come un segnale: le batterie costiere sparano con assordante fragore. Sentiamo che si risponde. E' lo sbarco". Ha inizio, così, la "Operation Avalanche", una delle tre manovre di invasione alleate in Italia nel settembre 1943.
Il golfo di Salerno, da Maiori ad Agropoli, diviene protagonista di uno degli episodi decisivi della Seconda Guerra Mondiale. I tre ideatori dell'operazione, Dwight D. Eisenhower, comandante in capo del Teatro di Operazioni Mediterraneo, e il generale Mark Wayne Clark, comandante della 5ª Armata e il vice ammiraglio Henry K. Hewitt, comandante della Forza Navale d’Impiego Occidentale, hanno obiettivi ben precisi: allontanare i Tedeschi dall’Italia Meridionale, impadronirsi delle basi aeree di Foggia, raggiungere Napoli e liberare Roma. Ma perché la scelta ricadde su Salerno e il suo golfo?
Due, oltre la nostra città, erano le alternative al vaglio: il golfo di Gaeta, poi scartato perché troppo lontano dalla Sicilia, teatro dello sbarco di luglio, e quello di Napoli, che era però stato minato per evitare gli sbarchi nemici. Il golfo di Salerno aveva, inoltre, caratteristiche orografiche tali da costituire una pianura di forma triangolare, dominata da colline e montagne che permettevano ai soldati di controllare la zona attraverso una vasta visuale.
A ben vedere, però, proprio quest'ultima caratteristica presentava un suo rovescio della medaglia: il semicerchio delle colline, infatti, permette a chi difende di controllare pressoché tutta la piana del Sele, rendendo difficilissimo qualsiasi movimento dell’attaccante. Non a caso, il Maresciallo tedesco Kesserling definì le colline che circondano Salerno e la piana un “regalo di Dio per gli artiglieri”.
Ma torniamo alla cronaca degli avvenimenti. Le forze alleate operano due sbarchi a distanza di 15 chilometri l’uno dall’altro, utilizzando il Sele come divisore. L’ora X scatta alle 3:30 del 9 settembre, momento di massima oscurità, utile per l’occultamento della forza da sbarco, ma svantaggiosa per le manovre di avvicinamento alla costa.
Tra le 3.35 e le 4.42 sulle 4 spiagge della 36ª Divisione (Paestum) le chiglie dei primi mezzi da sbarco raspano l'arenile. Rapidamente i portelloni di prua si abbassano e le prime ondate di fanti si riversano in fretta sulla spiaggia. A quel punto scatta la reazione delle postazioni litoranee tedesche: la riva si illumina della luce sinistra delle fiaccole e le mitragliatrici iniziano a sventagliare sugli assalitori mietendo le prime vittime. Alcuni dei battelli da sbarco sono centrati e il mare inizia a riempirsi di rottami.
Nel contempo, prima dell'alba, i rangers americani sbarcano sulla Costiera Amalfitana e intorno alle 8, sono già sul Valico di Chiunzi; lì si arrestano, secondo gli ordini impartiti, e non scendono in direzione di Nocera. Nel frattempo i commandos inglesi toccano terra a Vietri sul Mare, dove però entrano nel mirino della contraerea e della marina tedesca. Alle prime luci dell'alba le prime forze alleate sbarcano a Salerno, ma si fermano alla periferia della città, timorosi di eventuali reazioni tedesche.
I nazisti, in verità, hanno abbandonato la città, riparando sui quartieri alti e sulle colline, dove nei giorni successivi si avranno alcuni scontri violenti, gli unici in città (su tutti il corpo a corpo presso il Sanatorio Da Procida). "In Salerno - scrive ancora Carucci - la situazione è calma: le navi non colpiscono l'abitato, né i tedeschi operano soprusi. La popolazione, scarsissima, si è riversata nei rifugi e nelle gallerie, situate nella parte alta della città. Solo pochi temerari restano nelle proprie case, nella zona occidentale".
L'entrata in città degli Alleati avviene, dunque, senza eccessivi spargimenti di sangue. Ma non mancano gli episodi di tensione; uno di questi si registra il 9 mattina. Da via Monti e via Spinosa qualcuno - non si sa chi - spara sulla sottostante Piazza Luciani, nei pressi del Teatro Verdi, dove è fermo un reparto tedesco: due soldati restano uccisi, altri 5 sono feriti. I cannoni dei carri armati rispondono al fuoco: via Indipendenza e via Monti sono bloccate, mentre una ventina di civili vengono catturati. Già al mattino del 10 settembre la situazione pare, però, del tutto tranquilla ed enormi forze fanno il loro ingresso in città. Dal Teatro Verdi fino al fiume Irno sostano ormai mezzi militari d'ogni specie: "una cosa da sbalordire chiunque tanta ricchezza di mezzi bellici e di perfetta efficienza militare" - scrive Fernando Dentoni Guerra, un militare salernitano.
Definitivamente sgombrata dai tedeschi, Salerno è ufficialmente occupata dagli anglo-americani il mattino dell'11 settembre: intorno alle 11.30, una lunga colonna di camionette, autoblindo e carri armati si ferma dinanzi a Palazzo di Città. Ecco come Arturo Carucci descrive quella mattina: "Sotto i portici, in quel tiepido mattino, saliti dal rifugio, senza luce ed igiene, stipato di gente, bivaccano uomini dall'aria stanca e dalle barbe incolte, donne coi capelli scinti e col viso pallido, bambini che sulle guance smorte recano le tracce di notti insonni e stomaco vuoto.
E non fanno festa, non ne hanno la possibilità per la stanchezza e la fame. Il loro volto, però, si illumina nella speranza che con gli alleati sia anche giunta la pace. L'ampia via Roma è deserta: i negozi, le finestre, i balconi sono chiusi. Un'aria solennemente grave avvolge la città e la lunga colonna degli automezzi alleati".
Il colonnello americano Thomas Aloysius Lane, nominato Governatore di Salerno, chiede notizie delle autorità, ma non c'è nessuno: non il Prefetto, non il Podestà, non il Questore. C'è, però, lArcivescovo, Monsignor Monterisi. Breve il colloquio tra i due; Monterisi chiede subito al Governatore Lane di tener fede alle promesse degli Alleati: "Siete il rappresentante di Nazioni civili presso una Nazione civile. Date ordini precisi perché siano rispettate le donne, le proprietà private e gli edifici di culto". Il Governatore lo rassicura, poi, dopo aver visitato la tomba di San Gregorio VII al Duomo, promette: "Ildebrando sconfisse l'imperatore tedesco. Ora aiuterà anche noi a scacciare da Salerno e dall'Italia l'oppressore tedesco".
La città è, dunque, ufficialmente e pacificamente sotto la protezione alleata: l'operazione, nel complesso, si è rivelata del tutto incruenta. Altrettanto non può dirsi della periferia e di parte del territorio provinciale. Cava e le colline salernitane, Battipaglia e buona parte della piana del Sele, diventano teatro di bombardamenti e rappresaglie, agguati e combattimenti corpo a corpo, palazzo per palazzo, strada per strada, quartiere per quartiere. Le Forze Alleate impiegheranno circa 8 giorni per piegare la resistenza germanica nella piana del Sele, quasi 20 per scacciare i tedeschi da Nocera e incamminarsi, il 1° ottobre, verso Napoli.
Termina così l'Operation Avalanche, iniziata nel più sfrenato ottimismo e trasformatasi ben presto in un disastro quasi completo. "Sotto un certo aspetto - scrivono D'Angelo, Mazzetti e Oddati in "I giorni di Salerno Capitale" - un’operazione emblematica dell’intera campagna d’Italia. Una campagna piena di velleità ed illusioni, una ricerca disperata di ottenere il massimo con il minimo sforzo e per di più nella incredibile pretesa di non correre rischi (...) Caratterizzata dalla contraddizione insanabile di voler da un lato fare presto e dall’altro rifiutare qualsiasi aiuto italiano al non lodevole scopo di far pesare ancor di più la spada del vincitore sui miseri sconfitti.
Carlo Alfani






