Tre lustri già sembrano un'eternità, figuriamoci in Formula Uno dove i cicli e le generazioni si consumano molto in fretta. Eppure, mente e cuore fanno ancora fatica ad accettare quel verdetto così spietato e beffardo da inchiodare allo stesso modo il Cavaliere e lo Scudiero;
due uomini, due storie tanto diverse quanto profondamente uguali. Il primo era il migliore di tutti, il secondo l’ultimo arrivato. Uno lottava per vincere e per imporre la sua legge, l’altro per farsi un nome. Validi motivi per indurre entrambi a metterci la stessa intensità, la stessa grinta, senza mai smarrire - a motori spenti - stile ed affabilità. Anche in quel weekend qualcosa li accomunava: l'ansia di un avvio infelice, la necessità improrogabile di un risultato. Ma soprattutto la scarsa fiducia nel mezzo meccanico.
Il Cavaliere temeva l’imprevedibilità della Williams Fw14, destriero troppo bizzoso anche per uno come lui; lo Scudiero si angustiava al pensiero di dover spingere oltre il limite la Simtek S941, monoposto altrimenti destinata all'anonimato delle ultimissime file. Ingegneri e progettisti provarono ad inventare, ma i tranelli del circuito di Imola alimentavano timori e preoccupazioni dei due, ormai sempre più soli ed avviluppati nel loro abitacolo di pensieri. Lo sguardo perso, il volto corrucciato. L’incidente terribile di Barrichello nelle prove libere complicò la situazione, rendendo l’atmosfera ancor più intrisa di emotività e tensione.
Nemmeno la dolcezza della primavera potè molto. Nel giorno delle qualificazioni il sole addirittura splendeva alto; giallo come il casco del Cavaliere e chiaro come l’uniforme dello Scudiero. Il tempo di pochi giri e fu proprio quest’ultimo il primo ad arrendersi per sempre, tradito da un alettone difettoso. “Non può essere vero”, esclamò il Cavaliere, attonito testimone dinanzi alla tv, “non posso crederci”. Nessuno ci poteva credere. E nessuno avrebbe potuto farlo il giorno dopo, nel vedere anche il Cavaliere assopirsi in quel nugolo di scintille e polvere alla maniera dei guerrieri sfiniti che hanno appena affrontato l'ultima battaglia. Le lamiere di quelle auto, ora eterne armature del Cavaliere Ayrton e dello Scudiero Roland, riverberano l’ultimo sole oltre l’orizzonte.
Nota storica
Ayrton Senna e Roland Ratzenberger morirono in pista ad Imola, sul circuito Enzo e Dino Ferrari, l'allora sede del terzo appuntamento del Campionato Mondiale di Formula Uno. L'austriaco, nato a Salisburgo il 4 luglio 1960, perì in prova (sabato 30 aprile 1994) a causa della decelerazione conseguente all'impatto frontale della sua Simtek alla curva Villeneuve; il brasiliano, invece, nato a San Paolo il 21 marzo 1960, si schiantò il giorno della gara (domenica 1 maggio 1994) alla curva Tamburello, allorchè alle 14.17 la sua Williams uscì di strada e partì per la tangente verso il muretto. Il gruppo ruota-sospensione colpì alla testa Ayrton.
Se nel caso del povero Roland l'incidente fu causato dalla rottura in piena velocità dell'alettone anteriore, che si infilò sotto le ruote ed impedì ogni controllo del bolide, Ayrton fu condannato dal cedimento del piantone dello sterzo, modificato dalla squadra per offrire al pilota una posizione di guida più confortevole; l'abitacolo della Fw14, stretto e lungo, non era stato infatti un successo progettuale: lo sterzo era lontano dal sedile e - piuttosto che ridisegnare il tutto - si pensò ad una prolunga saldata come rimedio immediato. Fu proprio la giunzione posticcia a rompersi ed a tradire il campione brasiliano.
La Magistratura ha indagato a lungo, ma i vertici del team inglese ne sono usciti senza colpa, per quanto le ombre sull'episodio siano ancora tante. In ogni caso, dopo quel tragico fine settimana, il tracciato emiliano è stato completamente rivisto (ad esempio, il curvone velocissimo del Tamburello è diventato una 'esse'), mentre le misure di sicurezza sono decuplicate. Ironia della sorte, proprio Senna era sempre stato uno dei promotori della F1 sicura.
Obrigado, Ayrton. Danke, Roland
Luigi Cerone






