Ricomincia la stagione lirica del Verdi, dopo la pausa estiva: “All’erta, all’erta”, si ode il suono della voce di Ferrando, nella platea gremita del Massimo Cittadino: ha inizio il Trovatore!
Va in scena così la famosa opera di Verdi che insieme a “Rigoletto” e la “Traviata”, fa parte della cosiddetta trilogia popolare. Dramma in quattro atti e otto quadri, su libretto di Salvatore Cammarano, tratto dalla tragedia “El Trovador” di Antonio García Gutiérrez.
La prima rappresentazione fu un grande successo: come scrive Julian Budden, "Con nessun'altra delle sue opere, neppure con il Nabucco, Verdi toccò così rapidamente il cuore del suo pubblico". Poesia e veemenza, dinamismo e sospensione, astrazione e corporeità, amore e vendetta, nel dedalo degli opposti, prende vita il Trovatore verdiano.
Un romanticismo popolare, che si snoda nello squarcio di una Spagna medievale e notturna. Per Verdi, la Spagna era terra di passioni profonde e travagliate, così come di azioni veementi. La vicenda si svolge all'inizio del XV secolo, sullo sfondo della rivolta contro il Re d'Aragona da parte del Conte Urgel di Biscaglia.
Comandante delle forze regie a Saragozza è il Conte di Luna, che passa le notti vigilando sotto il balcone della donna amata,Leonora, principessa di Aragona, geloso del Trovatore che ogni notte canta nei giardini del palazzo. Leonora anela a incontrare il trovatore misterioso, ammettendo all’amica fidata Ines di averlo visto in un torneo prima dello scoppio della guerra civile e di essersene subito innamorata.
È notte, nell’oscurità si leva il canto del Trovatore, Leonora si precipita ad incontrarlo ma, nelle tenebre, confonde il Conte con l’amato. Quando questi emerge dalle piante dov’era celato, Leonora implora perdono per l’errore. Il Conte chiede all’intruso di rivelarsi: è Manrico, nemico della corona, figlio della zingara Azucena, che cela con sé un importante segreto. Manrico chiede alla madre la verità.
Azucena gli racconta tutta la storia, di come la madre fosse stata arsa sul rogo invocando vendetta, e di come lei - Azucena - avesse rapito il fratello del Conte di Luna, rivelando di avere gettato nel fuoco il proprio figlio. Manrico le parla del duello con il Conte di Luna e di come una forza misteriosa lo abbia spinto a risparmiargli la vita; Azucena gli rammenta che il Conte, in una battaglia successiva, non ha dimostrato simile misericordia e lo incita a vendicare la morte della madre.
Un messaggero porta la notizia che le forze d'Urgel hanno preso Castellor e che Manrico dovrà difenderlo. Leonora, che lo crede morto, sta per entrare in convento. Benché Azucena cerchi di trattenerlo, Manrico parte per Castellor e riesce a portare in salvo Leonora. Il Conte ed i suoi uomini sono accampati vicino a Castellor, Azucena viene catturata e, mentre Manrico e Leonora attendono fuori da una cappella di essere uniti in matrimonio, giunge all'improvviso la notizia che Azucena è stata catturata.
Manrico raduna subito le sue forze per andare a liberare la madre, ma fallisce l’impresa. Viene così imprigionato e condannato a morte. Nell'oscurità, Leonora viene condotta alla torre dove Manrico è prigioniero. Il Conte dà l'ordine che Manrico e la madre vengano giustiziati all'alba. Leonora si offre in cambio della libertà di Manrico.
Il Conte accetta e Leonora chiede di dare lei stessa a Manrico la notizia che è libero. Ma nell'anello ha del veleno che prende di nascosto prima di entrare nella torre. Azucena e Manrico sono nella stessa cella, poco prima dell'esecuzione, Azucena è terrorizzata al pensiero di dover morire.
Entra Leonora con la notizia del rilascio, ma Manrico non vuole abbandonarla; poi, quando si rende conto di come Leonora abbia ottenuto la sua libertà, accecato dal tradimento la respinge. Il veleno agisce e Leonora muore, Manrico comprende la forza della sua devozione. Entra il Conte ed ordina che Manrico venga giustiziato immediatamente. Trascina Azucena alla finestra perché sia testimone della morte del figlio, e quando è stato decapitato Azucena rivela trionfante: “Egli era tuo fratello. Sei vendicata madre”.
La zingara Azucena, dominatrice dell’azione ed ispiratrice burattinaia degli altri personaggi, viene interpretata magistralmente dal mezzo-soprano Dolora Zajick, a cui sono molto cari i ruoli verdiani. Domina la scena, cattura, avvince, mistifica, impegna tutto il suo corpo nel continuo dialogo col pubblico, gli occhi sprigionano terrore, ossessione, follia. Slancio e saldezza vocale, ottimo il fraseggio, suono potente che usa con sapienza in ogni circostanza.
Nei panni di Leonora, invece, la deliziosa Maria Giovanna Agresta, soprano salernitano che debutta nella sua città, regalando ai suoi concittadini una splendida interpretazione. Diplomata al conservatorio “G. Martucci” di Salerno, vincitrice del Concorso del Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto. Delicata, dal suono vellutato, morbido e colorato, mai spinto , sempre elegante, nessuna esagerazione. Piace. Applausi ed un bis meritato.
Un bis richiesto e giustamente guadagnato anche da Manrico, interpretato dal tenore Marcello Giordani, voce mediterranea, potente, squillante, corposa. Ardente e drammatico, introspettivo e carismatico. Paolo Gavanelli, nei panni del Conte di Luna, è apparso a tratti un po’ impreciso nell’intonazione e nel controllo vocale.
La direzione musicale di Daniel Oren è stata affidata all’ultimo momento al suo assistente Enrico Reggioli, a causa di un'indisposizione del Maestro. Valida ed efficace, sanguigna e appassionata, ha esaltato l’ardore del rogo, l’orrore delle tenebre del dramma verdiano. La regia affidata a Renzo Giacchieri, è una regia sobria, statica, anche nel gioco di luci e negli allestimenti piuttosto scarni. Buona l’interpretazione del coro, diretto da Luigi Petrozziello, efficace soprattutto negli interventi fuori scena.
Linda Ansalone






