E’ stata pubblicata dalla Casa editrice Marietti nella Collana “La sabiana” diretta da Davide Rondoni l’ultima produzione poetica di Antonio Trucillo.
Il poeta è nato a Napoli nel 1955, vive a Minori, sulla Costiera Amalfitana, insegna materie letterarie presso l’Istituto Comprensivo Statale “Giovanni Pascoli” di Tramonti.
Ha pubblicato testi di poesia, tra i quali Ko an Aziza (edizioni Ripostes), Notizie dell’Unicorno (edizioni del Leone), Teofaniè (edizioni del Leone) e Anche nei villaggi (Campanotto editore). Sue poesie sono apparse, inoltre su “Letture”, “clanDestino”, “Nuovi Argomenti” e sul blog Nazione Indiana.
Di questa raccolta ha scritto in quarta di copertina uno dei maggiori poeti italiani, Davide Rondoni: “Segnalatami da un narratore conterraneo, Vincenzo Gambardella, la voce di Antonio Trucillo è arrivata con la sua densità e visione a rendere giustizia alla poesia.
Ovvero a farla precipitare tra scantinati, abissi, tra presenze vitali incise nella memoria e nella luce, e altri fantasmi. A farla stare vicino a vita accoccolata sotto il crocefisso o invocante angeli che non ci sono”.
Trucillo si conferma usando le parole di Rondoni: “Un poeta capace di scarto e di visioni. Una voce che incide nella vita che come direbbe il lontano e vicinissimo Rebora, 'urge' intorno".
Poeta appartato e fedele alla sua cifra stilistica, Trucillo ottiene, forse con un po’ di ritardo, un primo giusto riconoscimento del suo lavoro. Dall’enigmatico titolo “La nuvèla”, il libro è scandito da tre sezioni differenti ma ha nella compattezza d’insieme e in un tono estremamente unitario le sue caratteristiche più evidenti.
E’ una poesia, quella di Antonio Trucillo, che non ha paura di pagare ogni volta il suo debito alla tradizione, a una tradizione novecentesca e non solo, che ha i suoi capisaldi – ci pare – nel ritmo “difficile” e aspro di Rebora, in una certa micronarrativa di tanta poesia italiana, che va da Caproni a Montale, da Penna a Cesare Viviani.
Storie appena accennate, appunto, nomi evocati, figurine impalpabili eppure reali nelle loro forme, tutto questo si fa della poesia di Antonio Trucillo un paesaggio-sentiero dove il mistero della vita e della morte è interrogato con accenti ora ironici ora dolenti, semplicemente, con l’alone pensieroso del diletto.
C’è il guscio occhiuto Poggiato nella madia, c’è la chioma normanna dei chiostri amalfitani, e poi finalmente le volte assiepandomi: hanno il rame, hanno i lecci del mondo.
Roberto Ruocco






