Il lavoro del promoter

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Sono uno studente di economia e commercio all’università, la facoltà è una delle più impegnative, secondo me, del panorama scolastico, ma ovviamente la vita di tutti i giorni procura delle necessità che bisogna per forza di cosa sfamare.

Ho trovato recentemente un lavoro part-time, da svolgere prevalentemente il venerdì, il sabato e la domenica, come promoter. Nella bacheca della mia facoltà un bigliettino molto promettente, con altrettanti foglietti contenenti numeri di cellulare da poter staccare, mi ha aperto questa piccolissima porta che non mi sono fatto sfuggire.

I miei genitori hanno già sulle spalle tutte le spese per le tasse universitarie e per i libri, se lavorando un pochino potessi avere qualche soldo mio, almeno per pagarmi il vitto, l’alloggio e gli sfizi, perché non provare?

Il problema è che fare il promoter ha due lati molto distinti tra loro: c’è la volta che ti va bene bene e la volta che ti va male male. Non mi riferisco tanto alle vendite dei prodotti da presentare, quanto ai prodotti in sé. Capiamo tutti molto bene quanto sia semplice invogliare i clienti a provare un energy drink nuovo e quanto possa esser difficile convincerli a salire su una cyclette Diadora, nel mezzo al centro commerciale dove stanno facendo la spesa, per scoprirne i benefici.

Ho finora lavorato poco, certo, però ho già avuto modo di farmi un’idea della fatica del lavoro e delle cose che comporta implicitamente. La divisa è un aspetto che non avevo calcolato: a seconda dell’azienda che bisogna sponsorizzare, si possono avere divise differenti da dover per forza tenere addosso. Ci sono brand che forniscono belle casacche nere, molto classiche, con magari la scritta del marchio in rosso sul petto.

Ci sono però brand che adottano i colori più terribili dell’universo, una volta fui costretto a mettere una t-shirt color acqua marina, per invogliare i clienti a provare un nuovissimo shampoo antiforfora, che ovviamente aveva lo stesso colore sulla confezione. Non mi lamento, per carità, è pur sempre un lavoro…ma dei colori più indossabili no, eh?!

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